Si racconta che Bibbona fosse uno dei castelli più forti della Maremma, cinto da mura turrite e difeso da un profondo fosso. Ancora evidente è la sua dimensione di fortezza abitata, costruita su un basso colle.

Così appare inoltrandosi nel dedalo di vicoli d'impianto medievale, nel quale emergono tipologie edilizie di epoche diverse e la chiesa di San Ilario dell'XI secolo.

Evidenti anche i legami con l'agricoltura di un castello nel quale, secondo uno statuto del 1400, i capo famiglia erano tenuti a piantare ogni anno almeno un olivo e due alberi da frutto ed anche a fare l'orto.

Poco fuori l'ingresso del castello uno dei vanti di Bibbona: la bella chiesa rinascimentale Santa Maria della Pietà, costruita alla fine del 400 su progetto di Vittorio Ghilberti, figlio di Lorenzo. 

Chiesa di S. Ilario

Sulla facciata si apre una porta conclusa in alto dall'architrave. A fianco dell'ingresso si trova una lapide commemorativa. Nei lati sono presenti finestre e finte bifore in legno. Il campanile si erge addossato al lato destro. La Chiesa confina a sinistra con via Roma e a destra con via Vittorio Veneto.

Palazzo Gardini

Presenta una facciata rifinita con intonaco,e da due ordini di finestre inquadrate in una cornice liscia di pietra serena,la stessa che perimetra il portone e sulla quale c'è lo stemma con una torre nel campo.

Comune Vecchio

L'edificio ha costituito la sede dell'autorità giuridica e in seguito svolse la funzione di comune

Chiesa S. Giuseppe

Sulla facciata di questa Chiesa si apre il portale di ingresso sopra al quale si nota una lastra con uno stemma e un piccolo rosone,e sul lato ci sono tracce di aperture ora murate.

Oratorio di S. Niccolò

Il portone di entrata a i semi pilastri laterali e la finestra in alto non presentente nelle altre Chiese del posto.

Chiesa di S.Maria della Pietà

L'articolazione architettonica e decorativa è mostrata dalla facciata principale che si caratterizza per la presenza di un semplice rosone. Poi questa Chiesa presenta un piccolo campanile.

 

PERIODO ETRUSCO

I primi insediamenti etrusco-villanoviani che si svilupparono in Toscana tra il X e IIX sec. a.C. sono stati riportati alla luce in parte sul territorio di Bibbona.

Molti reperti ritrovati sono soprattutto tombe infatti gli etruschi essendo molto religiosi davano importanza alla morte e al passaggio dell'aldilà.

Per questo rendevano le loro tombe delle vere e proprie dimore, collocandoci tutti gli oggetti appartenuti al defunto che potevano essere utili nella vita futura. Per la ricchezza dei reperti ritrovati,possiamo dire che nel VI VII sec. gli Etruschi entrarono in contatto con la civiltà greca. Ne sono testimonianza le tombe dei principi guerrieri risalenti al periodo orientalizzante. I monaci e gli oggetti preziosi ritrovati nelle tombe testimoniano l'abilità degli etruschi nella lavorazione dei vari metalli tra cui l'oro. Nella zona,l'attività orafa e siderurgica si sviluppò a Populonia, dove la necropoli fu attiva fino al I sec. a.C. quando tutto il territorio fu conquistato dai romani.

Sulla roccia di tufo rossastro, conchigliare, assai compatto, di origine terziaria, nacque Bibbona, posta a 80 m. sul livello del mare, a sud del fiume Cecina, a 7 km dalla costa. Lo stesso nome lascia intuire, in seguito a varie trasformazioni, la sua origine etrusca : VIPI, VIVIPI, VIPINA, VIPUNA, VIBONA, BIBONA.

La nascita di questo piccolo villaggio risale probabilmente all'VIII sec. a.C. (periodo etrusco-villanoviano ), così come quelli di Montescudaio e di Casale, costituiti da capanne, i cui abitanti vivevano cacciando, coltivando e allevando, come testimonia il ritrovamento di una notevole quantità di utensili e piccoli bronzetti ritrovati in una stipe votiva.

Intanto nella zona, il villaggio di VELHATRI (Volterra) diventava sempre più importante, grazie allo sviluppo delle varie attività agricole-artigianali ed agli scambi commerciali, insieme ai quali arrivarono dalla costa influssi orientali (greci).

Dall'VIII al VI sec. a.C., riguardo ai reperti ritrovati come gioielli, oggetti di lusso per banchetti, armi, asce in bronzo, appartenute ai così detti "Principi guerrieri", si parla di periodo orientalizzante, in quanto nella zona operarono su ordinazione alcuni artisti greci, che vennero poi imitati da quelli del luogo.

Con lo sviluppo di Volterra, si verificò anche la nascita di famiglie aristocratiche che ebbero il controllo del territorio in quanto queste si trasferirono nei villaggi ed alcuni membri divennero "Capi-villaggio" o "Principi guerrieri", poichè cominciarono a controllare sia l'economia che l'organizzazione difensiva.

I Principi si distinguevano dal popolo perché avevano il possesso delle armi e alla morte venivano sepolti in tombe monumentali, corredate di oggetti preziosi e finemente lavorati alla maniera orientale .

Tutti i reperti sono oggi visibili nel Museo Archeologico di Firenze, così come uno dei pezzi più belli della scultura bronzea, il "caprone di Bibbona", forse il manico (ansa) di un vaso databile al V sec. a.C.

Non sappiamo con certezza il luogo esatto del suo ritrovamento, probabilmente proviene da una delle tombe a tholos (a ipogeo) ritrovate in prossimità della fattoria "La Ghinchia" (sulla via Aurelia tra La California e Cecina).

Queste tombe sono contemporanee a quelle " a tholos" ritrovate a Casale e a Casaglia risalenti al V sec. a.C.

La tomba di Casale è stata trasferita e ricostruita nel Museo Archeologico di Firenze , mentre quella di Casaglia, nel giardino dell'Ufficio Tecnico di Cecina. Alcuni reperti, come urne cinerarie, contenenti ancora le ceneri dei defunti, sono conservati nel museo Guarnacci di Volterra.

Ancora a Bibbona, lungo la "Via delle macine", (così chiamata perché in passato vi era un mulino) in prossimità del centro storico, è stata ritrovata, anche se mal conservata, una tomba rupestre.

La struttura di questo tipo particolare di tomba è molto meglio visibile ed apprezzabile nella necropoli di Norchia (Tarquinia) e di Sovana (Grosseto).

Altre tombe, questa volta "a camera a ipogeo", scavate nella roccia si possono vedere ancora in Via delle macine e lungo quella che da Bibbona conduce a Casale; queste oggi sono semplicemente delle grotte, chiamate "nicchioni", mal conservate ed in parte distrutte, quando fu allargata la strada, per cui delle dodici ritrovate se ne possono riconoscere solo quattro.

Questo tipo di tomba, molto meglio conservata, è visibile nei boschi di Buche delle Fate, a Populonia.

Nella zona tra Bibbona e Casale sono stati ritrovati dei frammenti di vasi in ceramica verniciata di nero (oinochai - olpai), e un bronzo raffigurante una testa di Gorgone, databili tra il IV e II sec. a.C., infatti a quel tempo vi si trovava l'abitato etrusco di Casalvecchio e la sottostante necropoli di Casanocera, da cui provengono i numerosi resti delle tombe dei Principi guerrieri, così dette perché la ricchezza dell'arredo funebre ha fatto pensare a tombe nobiliari.

Tra gli oggetti più belli e meglio conservati vi è un elmo ed un'ascia in bronzo (il bronzo per gli Etruschi era simbolo di ricchezza e l'ascia di potere), questi erano indubbiamente ornamenti funebri, non adatti al combattimento, inoltre l'ascia era arricchita da paperelle stilizzate infisse nel manico di legno (elementi ornamentali orientalizzanti).

Sono stati rinvenuti anche altri oggetti come una collana in avorio (VIII sec. a.C.) con un pendaglio raffigurante una scimmietta che mangia una noce di cocco, una borraccia con dei pendenti in bronzo, una fibula a forma di cavallo ritrovata in una sepoltura femminile (VII sec. a.C.).

Della zona di Montescudaio è il vaso cinerario (o ossuario) del VII sec. a.C. ritrovato in una tomba a pozzetto; in passato la base era stata restaurata in modo improprio per cui in seguito è stata tolta; invece il coperchio, a forma di scodella rovesciata, è abbastanza ben conservato e riproduce la scena di un banchetto funebre: seduto su di un trono (lo schienale è andato distrutto) è raffigurato il morto davanti a un tavolo con tre gambe (zampe di leone), sul tavolo si possono riconoscere pagnotte di pane e formaggio, dall'altro lato del tavolo vi è una donna in piedi (più bassa però del defunto per indicare la sua sudditanza) con le braccia in alto per sorreggere un ventaglio o benedire la tavola.

La donna ha i capelli raccolti in una treccia (la treccia poteva essere un'acconciatura anche maschile ma solo per i nobili); accanto al tavolo vi è un grosso vaso "cratere"dove veniva mescolato il vino e l'acqua secondo l'uso greco, dall'altra parte del tavolo si vede la base di un altro cratere, andato distrutto.

Il morto è seduto a tavola, secondo la più antica tradizione etrusca, infatti nel VII sec. a.C. non era ancora stata assimilata l'usanza greca di mangiare sdraiati su di un divano "triclino", come avverrà più tardi, abitudine testimoniata anche dalle urne cinerarie ritrovate.

Il vaso ha una sola ansa, ornata da un personaggio seduto con le mani sulle ginocchia (gesto di tristezza), questa figura dolente poteva essere un parente o il morto stesso.

Nel V sec. a.C. nel territorio, sulle alture che separano la valle del Cecina da quella dell'Era, il villaggio di Volterra, divenne una delle principali città-stato dove si andarono affermando numerose famiglie aristocratiche, questo però comportò lo spopolamento, la perdita di importanza e di autonomia degli altri villaggi della Val di Cecina come Casale, Casaglia e Bibbona.

Nel IV e fino al II sec. a.C. si ebbe una ripresa degli insediamenti rurali sparsi, seguita però da una nuova crisi demografica della quale non sappiamo con certezza la causa, probabilmente vi concorse l'allargarsi dell'area paludosa e malarica delle pianure circostanti.

PERIODO ROMANO

Sempre nella zona della Val di Cecina,sono stati trovati dei reperti del successivo "periodo romano", sono frammenti di ceramica sia liscia che decorata a rilievo, fibule a cerniera, fondi di coppe databili al 1° sec. d.C. segno dell'esistenza di stanziamenti umani specialmente nelle ville rustiche costruite nel territorio lungo il fiume Cecina.

Queste erano vere e proprie fattorie dove gli schiavi lavoravano per la produzione di viti, olivi, alberi da frutta ed i raccolti che erano abbondanti non servivano solo per il consumo immediato, ma anche per il commercio dei prodotti basilari per la ricca economia dell'Impero romano.

Verso la fine del III sec.d.C. iniziò però un lento abbandono delle ville che continuò per tutto il IV e V sec.d.C. fino al quasi totale spopolamento del territorio.

Sempre nella zona sono state rinvenute inoltre numerose tombe romane del tipo "alla cappuccina ", la più antica è quella di Belora Bassa (Riparbella) del I sec. d.C. dove è stata ritrovata una lucerna e quattro balsamari di vetro, in altre sono state ritrovate urne cinerarie in tufo ed in alabastro. Sempre del I e II sec.d.C è la necropoli in località CAMPO AI CIOTTOLI nel comune di Cecina, risalenti anche queste al 1° e 2° sec. d.C.

Sono stati ritrovati inoltre, nel tratto di mare antistante la foce del Cecina, considerato il porto di Volterra, e lungo il litorale di Vada, dei reperti subacquei che testimoniano l'esistenza di scali portuali o punti di sosta sulle rotte tirreniche; importante ritrovamento è stato un relitto carico di anfore, una macina in pietra e due ceppi d'ancora in piombo.

Sulla costa si trovavano anche delle saline e delle fabbriche di laterizi, per cui tutta la zona, ricca di opportunità, attirò molti abitanti che si stabilirono dal litorale fino alle località più interne di Linaglia e Paratino, e tutto il territorio fu un nodo di intenso traffico commerciale.

Un grande numero di reperti, destinati ad aumentare, provengono dagli scavi della VILLA ROMANA DI SAN VINCENZINO identificata come quella di ALBINO CAECINA, situata a 2 km dalla costa su di una piccola altura a sinistra del fiume.

I CAECINA furono una famiglia importante, discendenti dai nobili Etruschi di Volterra, i KAIKNAS- CAETNA- CAEICNA - CAECINA che con l'avvento dei Romani latinizzarono il loro nome in CAECINA. Un membro di questa famiglia ci ha lasciato la traduzione di un testo etrusco di magia, dandoci così la possibilità di comprenderlo.

I reperti provenienti dalla villa testimoniano che questa ebbe un lungo periodo di attività: una moneta (asse) di Ottaviano, risale al 40 a.C., frammenti di coppe sono del I sec. a. C., altri di ceramiche sono invece del II sec. d.C., e ceramiche africane da cucina arrivano fino al V sec. d.C.

Gli scavi che iniziarono nel 1850 riportarono alla luce rivestimenti parietali e pavimentali in marmo bianco e policromo, inoltre un mosaico con figure geometriche, capitelli e basi di colonne, parti di stanze e vari busti.

La pianta della villa è quella tipica romana: un vasto atrio sulla facciata verso le colline, un impianto termale sul lato sinistro ( sud- ovest ), sul retro le stanze dei servi, i magazzini, e i depositi dell'olio. Delle terme sono stati scavati solo alcuni ambienti come le sale del CALIDARIUM, con l'annessa vasca semicircolare, dietro gli ambienti con le caldaie dette "CUCINE" e qui sono stati ritrovati fornelli e carbone, un altro scavo più ad est, riguarda forse il THEPIDARIUM dotato di una piscina rettangolare alla quale si accedeva mediante due gradoni, su di un lato dalle sale si apriva la palestra.

Vicino alla villa e probabilmente collegata ad essa per la fornitura dell'acqua , vi è un grande impianto idrico sotterraneo comprendente una cisterna, cunicoli e canali di raccolta che si sviluppano per altre 200 m .

Nella parte della villa adibita a magazzino, è emerso dagli scavi anche un cimitero paleocristiano risalente al V sec.d.C. infatti la villa come tutte le altre della zona, dopo lo spopolamento, in seguito alla decadenza del ricco sistema economico romano basato sulle ville rurali, crollò definitivamente con la caduta dell'Impero Romano (472 d.C.) e la popolazione si trasferì nelle città.

I pochi residenti rimasti sfruttarono il materiale edilizio della villa fino ad esaurimento, dopo la zona divenne un cimitero.

Fino ad ora sono state ritrovate ben 120 sepolture, ma ce ne dovrebbero essere molte altre, infatti questo di SAN VINCENZINO è ritenuto il più vasto cimitero paleocristiano di tutta la Toscana.

Le sepolture ritrovate sono tutte tombe a fossa, disposte in direzione est-ovest, molto semplici, dove il morto veniva deposto nudo o avvolto in un telo, senza alcun ornamento, per cui è stato piuttosto complesso risalire al periodo della sepoltura, comunque sappiamo che la tomba più recente risale all'alto medioevo (VIII sec.d.C.)

Per il terreno basico, molte sepolture si sono ben conservate e sono state estremamente utili per uno studio antropologico degli antichi abitanti, infatti dagli scheletri ritrovati sappiamo che la vita media del tempo era intorno ai 27-30 anni, le morti non erano per cause violente, ma per malattia esclusa però la malaria, come invece si sarebbe indotti a pensare; l'alimentazione era buona, ricca di cereali, frutta, olio e vino; poi con le prime infiltrazioni barbariche, dopo la caduta dell'Impero Romano, si arricchì notevolmente di carni ed in particolare di quella di maiale, animale questo che trovò un ambiente favorevole e un'alimentazione abbondante nei frutti delle querce e dei lecci delle macchie circostanti. 

 

PERIODO MEDIOEVALE

Nel territorio di Bibbona,fino al V sec. la popolazione era scarsa e dislocata in villaggi sparsi sulle alture, ma qualche villaggio sorse anche in pianura, in prossimità delle Pievi e delle principali vie di comunicazione (la via Aurelia, la via Emilia e la Volterrana).

Alcuni castelli sorsero poi sui preesistenti villaggi latini, mentre altri con funzione di presidi nacquero in luoghi elevati a guardia sia dei pirati provenienti dalla costa, che dei barbari stanziati nell'interno; da ricordare tra questi i castelli Riparbella, Montescudaio, Guardistallo, Bibbona e Bolgheri.

Contro i pirati turchi e saraceni furono costruite lungo il litorale diverse torri di avvistamento e di difesa, di queste oggi, anche se con numerosi rifacimenti, rimane il così detto FORTE DI BIBBONA .

Sul finire dell'VIII sec. gli ARIMANNI (piccoli proprietari terrieri longobardi con l'obbligo del servizio militare permanente) rafforzarono questi castelli ed inglobarono nelle proprietà i boschi, i pascoli, le terre vicine, dando così origine all'organizzazione feudale tipica di tutto il periodo.

Di Bibbona durante l'alto medioevo (700), abbiamo solo scarse e frammentarie notizie riguardo ad un piccolo centro abitato, vicino alla via Aurelia, di nome ASILACTUM da "asylum actae"cioè asilo del litorale, infatti vi era un ospedale ("asilo") che era luogo di sosta e di rifugio per i pellegrini che percorrevano la zona.

Secondo altre fonti invece, l'insediamento si chiamò "AD SALATICUM" essendo in prossimità del mare e delle saline.

Per individuare Bibbona come castello ed avere le prime notizie dobbiamo arrivare fino al 1100: a la morfologia urbana del paese, anche ad un primo sguardo, ci dà subito l'immagine di un borgo medioevale racchiuso nell'antica cinta di mura, ad andamento irregolare che asseconda le curve di livello del terreno, purtroppo di questa oggi sono visibili solo alcuni tratti come il bastione emiciclico ed una torre.

Oltre la cinta muraria vi erano e vi sono dei fossati, il "Botro della Madonna" ed il "Botrello di Bacco", destinati alla raccolta ed allo scorrimento delle acque.

Da un documento del 1872, sulla storia di Bibbona, curata dal canonico Righi, sappiamo che nell'VIII sec. il borgo sotto il dispotico dominio degli Arimanni dovette sopportare numerosi abusi ed a tale proposito viene ancora oggi ricordata la LEGGENDA DI AGILULFO, signorotto del luogo che abitava con i suoi soldati nella Torre della Mirandola, (oggi di questa sono rimasti solo dei blocchi squadrati di tufo conchigliare) posta non lontano dal paese in direzione della Macchia della Magona e a 2 km dall'attuale podere "Le Badie", la cui casa colonica sorge sui resti del vecchio monastero del 700, ricordato con il nome di BADIA DI S.MARIA DEL MANSIO (mansio=fattoria) o anche BADIA DE' MAGI.

Tutta la nostra zona , durante l'alto medioevo, fu sede di Monasteri e di Pievi (dal latino "plebs"=popolo, chiese per il popolo) delle quali rimangono scarsi resti in località Camposassino e Pievaccia.

Altre Pievi ed Ospizi per i pellegrini di passaggio sorsero a Linaglia, Paratino, Montalpruno e tutti fecero parte di un itinerario di fede, percorso parallelo alla più nota VIA FRANCIGENA o Romea, che proveniente dalla Francia arrivava fino a Roma e proseguiva in Terra Santa,

si trova su questo percorso anche la Pieve e HOSPITALE S. JOHANNIS DE BIBONA.

Intorno al 1000 Bibbona ed il territorio circostante furono di proprietà del Vescovo di Lucca che in seguito li concesse in enfiteusi ai conti Tedice e Ugo Della Gherardesca, famiglia che già aveva il controllo della zona.

Nel 1100 i Conti fecero edificare, nella parte più alta del borgo, il castello e nel 1175 la chiesa di Sant'Ilario.

Lungo le mura si trovavano tre torri difensive, di cui oggi possiamo vedere nella Piazza della Vittoria, l'unica rimasta, detta "La rocca", questa costruita in tufo, fu inizialmente la torre principale "il Mastio", l'abitazione fortificata dei Conti in caso di guerra, poi nel 1400 divenne torre di avvistamento ed oggi, molto più bassa che in origine in quanto l'ultimo piano crollò con il terremoto del 1846, è adibita a civile abitazione.

Lungo le mura originariamente vi erano anche delle porte: una detta "Porta del sole" (distrutta nel 1785) si trovava all'inizio di Via delle Mura, nell'angolo sinistro della piazza della chiesa di Sant'Ilario, vicino all'odierna "Torre dell'orologio", di un'altra detta "Porta a bacìo", anch'essa scomparsa non conosciamo nemmeno la probabile ubicazione.

Agli inizi del 1200 il castello di Bibbona passò, come libero comune, sotto il dominio della Repubblica di Pisa e secondo una pergamena, conservata nell'Archivio comunale di Volterra, il Vescovo della Diocesi concesse in locazione agli abitanti del borgo, 67 abitazioni, inoltre poderi, boschi, pascoli, vigne ed orti furono affidati a 124 famiglie per un totale di affitto di 6 lire, 11 soldi e 9 denari.

Secondo gli Statuti pisani del tempo, Bibbona già nel 1284, fu sede del Capitano di Giustizia e del Notaio e per tutto il 1300 fu senza dubbio il castello più importante della zona, come lo dimostrano le numerose chiese, pievi e monasteri che le appartennero: Sant'Andrea, San Biagio, San Cerbone, San Cristoforo, San Filippo e Giacomo, Santa Maria del Mansio e Sant'Ilario.

A partire dal 1345 Bibbona fu a capo dei castelli della zona nella rivolta contro la Repubblica di Pisa, ma senza risultato e nel 1397 il territorio era ancora sotto il dominio pisano.

Quando nel 1406, Firenze sottomise Pisa, Bibbona e la famiglia dei Conti Della Gherardesca passarono volontariamente alla Repubblica di Firenze così che fu concesso loro di mantenere la sede del Capitano di Giustizia e del Notaio.

Il dominio fiorentino continuò fino al 1494, quando in seguito alla discesa dei Francesi guidati da Carlo 8°, Pisa si riprese il castello, ma per poco infatti due anni dopo, nel 1496 Firenze ebbe di nuovo il predominio su Bibbona che fu scelta anche come sede del presidio e baluardo per ostacolare i soccorsi a Pisa assediata.

A testimonianza dell' autonomia di cui Bibbona potè disporre, possiamo ancora leggere i primi Statuti risalenti al 1407 che rimasero in vigore e regolarono la vita della popolazione fino al 1700.

Comunque in quegli anni (fine 1300 e 1400) la zona, per le continue guerre tra pisani e fiorentini, per la minaccia dei pirati e per il diffondersi della malaria, fu molto in declino e le campagne, le pievi ed i monasteri furono abbandonati dalla popolazione che preferì trasferirsi all'interno del castello ed intorno alla chiesa di Sant'Ilario.

 

ULTIMI tre secoli

Le condizioni ambientali e demografiche si mantennero critiche per tutta la prima metà del 1700, quando risultavano reside

nti solo 76 famiglie e in condizioni di estrema povertà; come scrisse il naturalista Targioni Tozzetti nel 1742, l'aria specialmente in estate era "molto cattiva", non vi erano acque bevibili, perché le cisterne usate in passato erano "guaste"; il castello era "pienissimo di abitazioni" ma per lo più rovinate, le strade molto strette contribuivano alla "cattiva aria".

I lupi ed i cinghiali continuavano ad essere un pericolo quotidiano per cui la ricompensa per chi li uccideva passò dalle 50 alle 80 lire.

Verso la fine del secolo, i Granduchi con le Riforme Leopoldine vendettero all'asta le terre del castello e gli abitanti che vivevano su queste furono costretti a lasciarle ai nuovi e ricchi proprietari, tra questi emerse la famiglia Gardini che per tutto il 1800 ricoprì gli incarichi amministrativi più importanti del Comune.

Con la nuova distribuzione delle terre suddivise in proprietà private, la resa produttiva, specialmente di grano aumentò molto (8 volte il seme), di conseguenza seguì un aumento sensibile della popolazione che da 658 abitanti, agli inizi del secolo, arrivò a più di 1000 nel 1850; inoltre nella zona, a nord del paese, era attiva una fabbrica di salnitro ed alcune cave di alabastro che rimasero aperte fino agli inizi del 1900.

Nel primo decennio del 1800, Bibbona fu invasa dalle truppe napoleoniche che, per punire il tentativo di resistenza attuato dalla popolazione, dettero fuoco all'archivio comunale distruggendo molti documenti storico-anagrafici della comunità.

Sempre di questo periodo fu la nascita della prima scuola comunale, e la fine della figura del notaio (esistente fin dal 1400), che venne sostituito secondo la legge napoleonica, dal Giudice di pace.

Come scrisse lo stesso Granduca però, le condizioni ambientali nel 1835 non erano molto migliori che in passato, mancava ancora l'acqua, specialmente nei mesi estivi in quanto la cisterna pubblica forniva solo acqua piovana potabile; il borgo era sempre costituito da strade strette e sporche, le case addossate le une alle altre erano poco areate e malsane.

La pastorizia praticata nella zona di Poggio al pruno allevava pecore e capre, inoltre sulle colline venivano coltivati olivi e viti, mentre in pianura il grano e vi pascolavano mandrie di cavalli e mucche.

Il lavoro era svolto prevalentemente dai braccianti, che non avendo terre proprie lavoravano i campi dei grandi proprietari ed erano retribuiti giornalmente con il pane o mensilmente con il grano; in questo modo non solo non circolava denaro, ma la miseria era sempre più grave tanto che alla fine del 1800 cominciò un forte esodo verso i vicini centri in espansione come Cecina e Piombino.

Nel 1873 Bibbona perse anche la sede comunale che fu trasferita nel Municipio di Cecina, località "Fitto di Cecina", dove al tempo si trovava solo una stazione di posta, ma zona in grande evoluzione ed incremento demografico per la presenza di vie di traffico molto importanti.

Quando poi Cecina fu riconosciuto comune indipendente, anche Bibbona ritornò ad essere comune (1906) ed ambedue appartennero alla Provincia di Pisa fino al 1925, quando passarono a quella di Livorno.

Nella seconda metà del 1900 la popolazione di Bibbona si è stabilizzata intorno ai 2800 abitanti, considerando che il Comune comprende anche gli insediamenti di La California e Marina del Forte, di questi il 25% si dedica ancora all'agricoltura, mentre l'altro 75% lavora nel terziario e specialmente nel settore turistico.

IL FORTE DI BIBBONA

Si tratta di una costruzione che ha in se due tipi di fabbrica di differente struttura: essa comprende infatti un fortilizio a pianta trapezoidale, esternamente ricoperto da mattoni rossi a vista contro cui notiamo bene lo zoccolo e la cordonatura, realizzati in pietra di colore grigio, nonché un secondo blocco costruttivo, questo invece a pianta quadrata, ottenuto tramite la sovrapposizione di tre piani e internamente articolato e ben rivestito come un qualsiasi edificio ad uso abitativo.

La storia

La vicenda storica del Forte di Bibbona è stata ottimamente ricostruita da Daniela Stiaffini, curatrice con Vinicio Bagnoli della scheda ministeriale di catalogo ad esso dedicata. Come deduce dalla documentazione storica rintracciata, la sua costruzione fu provocata dalla necessità di assicurare a quella zona di litorale un'efficace difesa militare contro i pericoli derivanti dalle incursioni piratesche; altrettanto determinante inoltre l'esigenza d'istituire un presidio di controllo utile ad ostacolare il contrabbando, assicurando nel contempo di portare a termine delle funzioni doganali. Se giudicata in relazione ai criteri ispiratori della politica di Pietro Leopoldo, sotto i cui auspici trovò attuazione il progetto di modernizzazione del sistema militare sul lungo litorale toscano, la creazione del Forte si colora di un'ulteriore valenza: nelle intenzioni del sovrano, infatti, la costruzione di nuovi fortilizi avrebbe dovuto determinare la nascita d'insediamenti abitativi ad essi correllati, provocando, come diretta conseguenza, l'attuazione di iniziative finalizzate al risanamento del territorio. Quando è stato riordinato l'archivio storico comunale a Bibbona, sono stati individuati interessanti documenti appartenenti all'Ufficio Sanitario del forte. Cinque "giornali del Servizio Sanitario" dal 1841 al 1858, quattro registri "copia ordini e circolari sanitarie" dal 1832 al 1861 e cinque registri di "Approdi" e "Partenze" di barche pescatrici e bastimenti da trasporto dal 1841 al 1868. La prima serie di documenti, riporta annotazioni giornaliere sul tempo atmosferico, di eventuali avvistamenti all'orizzonte, i turni e i nomi dei componenti la guarnigione di stanza al Forte. La funzione delle guardie del Forte era oltre la vigilanza sanitaria anche di polizia e quindi ricevevano pure segnalazioni di imbarcazioni ricercate per frodi fiscali o sospettate di pirateria. Infine l'ultima serie di documenti, i libri degli approdi, informa sull'attività più ordinaria della guarnigione, ovvero la registrazione degli arrivi, la qualità dei bastimenti, il loro nome e il nome e l'età del capitano, la nazione di appartenenza, il numero delle persone dell'equipaggio… La maggior parte dei carichi e le imbarcazioni, che generalmente giungevano vuote, da Livorno e da Vada, ripartivano dopo aver caricato legname da ardere. In tempi più recenti il Forte è entrato a far parte delle proprietà del Ministero delle Finanze e attualmente ospita la "Pensione Margherita" gestita dalla Diocesi di Volterra.

Alcuni suggerimenti per la ricerca di idee per le vacanze in Toscana.

 

Chi approccia all’idea di trascorrere le sue vacanze a Bibbona avrà necessità di consultare una guida alberghi costa Toscana per trovare hotel sulla costa Toscana o hotel sulla riviera Toscana.

 

I cultori dell’italianismo preferiranno cercare alberghi sulla costa Toscana o alberghi in Toscana.

 

Consideriamo tuttavia che Bibbona è situata in Maremma 

( ricordiamo che la Maremma arriva fino a Livorno ) , quindi nel leggere la guida alberghi costa toscana sarà bene dirigersi alla voce vacanze Bibbona e cercare gli alberghi Bibbona o anche ,hotels Bibbona.

 

Dato che ormai il turismo ha consistentemente dimostrato di dirigersi verso soluzioni di tipo residenziale oltrechè alberghiere, residence Bibbona, appartamenti vacanze Bibbona,appartamenti per vacanze Bibbona, vacanze case in affitto sono diventate temi di ricerca frequenti su pubblicazioni guida turismo toscana o guida turismo costa toscana.

 

Anche qui ci rifacciamo a quanto precedentemente detto a proposito di Bibbona, quindi nel consultare le guida alberghi Bibbona o anche soltanto il dove dormire a Bibbona và formulato o digitato le voci residence in Bibbona , appartamenti Bibbona, albergi Bibbona o anche hotel Bibbona.

 

Anche la consultazione di residence sulla Costa Toscana potrebbe venir utile dato che l’argomento è frequentemente imperniato su vacanze appartamenti in affitto , mare vacanze toscana,vacanze sul mare,estate vacanze Toscana.

 

Non si dimentichi neanche la ricerca di camere Bibbona, in effetti stiamo parlando di Toscana Italy, di vacanze appartamento Bibbona, qualcuno più benestante cerca villa Bibbona o anche villa Bibbona per vacanze Bibbona .

 

Per chi propendesse per una zona specifica come la Costa degli etruschi o per Bibbona in modo particolare, varrà ricordare che la ricerca va estesa a Bibbona vacanza oltrechè vacanze in affitto Bibbona o anche Toscana mare o campeggi Bibbona.

 

Per chi è alla ricerca dell’economia ed una camera può soddisfare camere vacanze Bibbona oppure camere vacanze costa Toscana o ancora camere in affitto Bibbona dovrebbero essere parole appropriate come pure camere Bibbona.

 

Infine, non perché meno importante, occorre ricordarsi dell' Agriturismo Toscana o degli Agriturismi Toscana.

 

Quindi diamo un'occhiata a agriturismo Bibbona.

 

C’è poi il settore del monolocale Bibbona molto richiesto dalle coppie ed anche dalle coppie con un neonato. Monolocali in affitto Bibbona si pone quindi come termine di ricerca molto efficace, come del resto monolocali vacanze Bibbona o monolocale costa Toscana.

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by webmaster@piramedia.it

Follonica ist eine schöne Stadt am Meer in der Provinz Grosseto, mit Blick auf das herrliche Meer der Toskana.

 

Berühmt für gute Gastfreundschaft und seinem Sandstrand und kombiniert die guten Lebendigkeit der Stadt mit dem reinen Meer, genannt Blue Flag für mehrere aufeinander folgende Jahre.

 

 

 

Die Rezeption ist von einer Reihe von Hotels, Residenzen, Apartments und Bed and Breakfast Basis.

 

Besonders beliebt bei Familien für die Ruhe des Ortes und das Meer ist immer ruhig und geht sehr langsam.

 

 

 

Quelle: www.follonica.com

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Bolgheri - Castagneto Carducci

 

Da Bolgheri in pochi chilometri, percorrendo una strada in dolce salita, si arriva al delizioso borgo di Castagneto Carducci che prende il nome dal sommo poeta che visse qui in gioventù. Con la sua cinta muraria e il suo impianto medievale, Castagneto Carducci merita una visita rilassata. Il Castello, appartenuto ai Conti della Gherardesca, è stato più volte ristrutturato ed ora ha la forma di una residenza signorile. Inoltrandosi fra le viuzze torte del borgo si incontra il seicentesco oratorio del SS. Crocefisso che conserva sull’altare maggiore un emozionante crocefisso ligneo di scuola pisana del ‘400. Gli amanti del Carducci saranno felici di sapere che Castagneto è stato nominato “Parco Letterario” nel 1995. Fra le sue testimonianze più evidenti è Palazzo Espinasse Moratti, che ospitò il poeta fino al 1849. Ma Castagneto offre anche un particolare incontro artigianale: la rinomata bottega “Arte e Moda” del Moranti da decenni cuce e confeziona su misura casentini, sahariane e abiti da caccia dall’inconfondibile eleganza con tessuti che vanno dalla seta grezza al cotone kaki, agli stupendi velluti. Abiti splendidi e altrove introvabili, richiesti dai vip di tutto il mondo (Arte e Moda di Cristea Florin, tel. 0565.763694). 

Si può unire la visita a Castagneto Carducci a una mezza giornata di mare nella vicina Marina di Castagneto che, insieme con Marina di Donoratico, offre un arenile sabbioso a ridosso di una fittissima pineta. E per concludere in bellezza si può cenare al Bambolo (Il Bambolo, tel. 0565.775206) oppure risalire a Castagneto e godersi crespelle di ricotta e piccione al rosmarino nel piacevole locale del Ristorante Bagnoli (Ristorante Bagnoli, tel. 0565.763630).

 

Da vedere a Castagneto Carducci

Castello della Gherardesca, Propositura di San Lorenzo, Chiesa del S.S. Crocifisso, Chiesa della Madonna del Carmine, Centro Carducciano (Via Carducci, 59), Museo Archivio, Piazzale Belvedere

 

Oasi “Rifugio Faunistico Padule di Bolgheri” 

“Marchese Mario Incisa della Rocchetta

 

Dov’è e come raggiungerla: 

In Toscana, Comune di Castagneto Carducci (LI). 

Per chi viene da Nord: uscita La California sulla variante Aurelia, si prosegue verso sud; giunti alla chiesetta di San Guido di Bolgheri, si procede ancora verso sud superando l’inizio del Viale dei Cipressi di circa 500 mt.. A dx. ingresso Oasi. 

Per chi viene da Sud: uscita Donoratico Castagneto Carducci sulla variante Aurelia, si prosegue verso nord; percorsi circa 8 km., 500 mt. prima del Viale dei Cipressi a sx ingresso Oasi. 

Estensione: 513 ettari 

Gestione: Accordo tra la proprietà Incisa della Rocchetta e WWF Italia. 

Ambiente: idem 

Flora e Fauna: il litorale sabbioso ospita essenze psammofile caratteristiche (Giglio di mare, Eringio marittimo) mentre la duna costiera Ginepro coccolone, Ginepro fenicio, Pino domestico, Lentisco, Leccio; bosco igrofilo retrodunale con Frassino ossifillo, stagni stagionali più o meno estesi, prati umidi e aree coltivate. 

L’Oasi offre rifugio invernale, tra gli altri, ad Alzavola, Fischione, Mestolone, Codone, Canapiglia, Germano reale, Oca selvatica (simbolo dell’Oasi), Gru, Pellegrino, Colombaccio, Colombella, Pavoncella e Piviere dorato. In primavera Pitti

ma reale, Combattente, Cavaliere d’Italia, Airone rosso, Tarabuso, Gruccione. 

Nidificante Picchio rosso minore, Rampichino, Picchio verde, Ghiandaia marina, Cuculo, Usignolo. Tra i mammiferi sono presenti: Daino, Capriolo, Cinghiale, Istrice, Tasso, Coniglio selvatico, Lepre. Tra i rettili: Tartaruga palustre, Biscia dal collare, Vipera, Ramarro. 

Strutture: Percorso di visita con 6 osservatori ed una torre di avvistamento. Sentiero natura per le scuole con due osservatori. 

Visite e numeri utili: aperta dal 15 OTTOBRE al 31 MAGGIO. Orario di visita:9,00-12,00 14,00-16,30. Visite OGNI VENERDI’ e SABATO. Comitive e scolaresche il MARTEDI’. Le visite sono guidate. Si richiede la massima puntualità. 

E’ obbligatoria la prenotazione presso la Sezione WWF Piombino – Val di Cornia 

Tel/fax 0565-224361 e-mail: wwfpiomb@tin.it

 

L’Oasi di Bolgheri.

 

Fulco Pratesi, presidente del WWF italiano, nel 1984 scrisse, "In principio ci fu Bolgheri. Poi venne il WWF italiano".

Nel 1959 Mario Incisa della Rocchetta decise di trasformare 60 ettari di palude, ed i 453 ettari di pascoli e campi coltivi che li circondano nella prima oasi privata italiana. Nel 1966 divenne, con l’Oasi di Burano, la prima oasi italiana. Lo stesso anno, il marchese Incisa, con Fulco Pratesi, fond&ogograve; il WWF italiano.

 

Inquadramento geografico e caratteristiche ambientali.

Il Rifugio Faunistico di Bolgheri, inserito nel Sistema delle Oasi del WWF Italia, è collocato tra la ferrovia tirrenica ed il mare, e si estende per circa 513 ettari interamente compresi nel territorio del Comune di Castagneto Carducci. Mantiene l'aspetto originario della costa maremmana con alternanza di coltivi e siepi alberate a cui seguono prati allagati durante la stagione invernale; a questi succedono gli stagni ad acqua dolce contornati da bosco allagato a Frassino ossifilo (Fraxinus angustifolia), che attribuiscono assoluta unicità a questo ambiente

Il bosco costiero dunale separa gli stagni dalla spiaggia naturale, di straordinaria bellezza, dove dominano specie pioniere quali il Giglio di mare (Pancratium maritimum), Eringio marittimo (Eryngium maritimum) e Ruchetta delle sabbie (Cakile maritima).

 

Presenze faunistiche

Il Rifugio Faunistico di Bolgheri è stato tra le prime zone umide italiane a fregiarsi del riconoscimento di "zona Ramsar" (nel 1977) proprio per la sua peculiarità di garantire a numerosissime specie di uccelli acquatici la presenza di ambienti idonei alla sosta invernale ed al transito primaverile. 

Straordinari gli stormi di anatre di superficie presenti in inverno: Germano reale, Alzavola, Fischione, Canapiglia, Codone, Mestolone, a cui in primavera si aggregano le Mazaiole. In inverno domina numericamente la Pavoncella, con contingenti fino a 1.800 individui, a cui si aggrega il raro Piviere dorato. Numerosi anche i Beccaccini. 

In primavera l'Oasi registra il transito di numerose specie di uccelli trampolieri: la Pittima reale, il Combattente, il Totano moro, la Pettegola, il Piro-piro boschereccio, il Cavaliere d'Italia e l'Avocetta sono tra i più frequenti. Anche l'Airone rosso, il Tarabuso, il Tarabusino transitano in primavera sugli stagni dell'Oasi. 

Tra i migratori primaverili da segnalare il Rigogolo, la Ghiandaia marina, nidificante dal 1999, il Cannareccione, la Rondine, il Topino. Nel bosco allagato nidificano il Picchio rosso minore, vera rarità dell'Oasi, il Torcicollo ed il Rampichino

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Dalle origini ai Medici.

La prima testimonianza storica relativa a Licorno risale al IX secolo,quando l’insediamento non era altro che una frazione del Porto Pisano.Il suo sviluppo iniziò alla fine del XIII secolo,quando in seguito agli statuti di Pisa del 1284 venne stabilito che il capitano del porto dovesse risiedere a Livorno.Gli stessi statuti,al fine di popolare il borgo portuale,disposero particolari facilitazioni doganali e privilegi a tutti coloro i quali,entro i dieci anni successivi,avessero deciso di fissare la propria dimora e attività a Livorno.Ma nell’Agosto del 1284 Pisa e Livorno vennero attaccate dai Genovesi e dai Lucchesi,che arrecarono moltissimi danni alle torri e al castello di Livorno.Siglata la pace nel 1299,cominciò il periodo della ricostruzione,che culminò con la fortificazione del porto di Livorno.Indissolubilmente legata a Pisa,Livorno ne subì le medesime sorti.In seguito all’uccisione di Pietro Gambacorta nel 1392,signore di Pisa dall 1370,la città ed il suo porto passarono per alcuni anni sotto il dominio del Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti.Pisa riuscì a ribellarsi al dominio visconteo nel 1405,ma l’anno successivo dovette arrendersi ad un nuovo nemico:Firenze.Livorno nel frattempo era passata sotto il governo di Genova,che durò fino al 1421,quando i genovesi si decisero ad acconsentire alla reiterata richiesta di Firenze di acquistare Livorno.Il Doge Tommaso Fregoso,trovandosi in bisogno di denaro per difendere la Repubblica di Genova dall’esercito milanese,vendette Livorno a Firenze nel Giugno del 1421 per 100.000 fiorini d’oro.Per la Repubblica Fiorentina l’acquisto di Livorno significò poter disporre di un porto proprio per quei commerci internazionali per i quali Firenze era ormai da tempo famosa.Esattamente come aveva fatto Pisa nel 1284,anche Firenze decise di facilitare il popolamento di Livorno.Molti artigiani fiorentini vi si stabilirono per costruire le galere volute dalla repubblica per il trasporto delle merci.

1200 fiorini l’anno vennero stanziati per la costruzione di una galera ogni sei mesi.La repubblica inoltre decise di mantenere a Livorno tutta una serie di agevolazioni fiscali per permettere lo sviluppo della città portuale che in seguito all’insabbiamento del porto di Pisa ben presto divenne il primo scalo marittimo della Toscana.Ma è con la salita dei Medici al potere che la storia di Livorno visse una vera e propria svolta.Già agli inizi del Cinquecento il cardinale Giulio de’ Medici,salito poi al soglio pontificio nel 1523 con il nome di Papa Clemente VII,ordinò ad Antonio da Sangallo il Vecchio il disegno per una fortezza difensiva.Non sono certe le date di costruzione di quella che oggi viene detta la Fortezza Vecchia:secondo alcuni storici infatti l’edificio difensivo venne eretto tra il 1521 e il 1524,mentre secondo altri i lavori andarono avanti fino a dopo il 1530.E’ invece sicuro che il Sangallo inglobò nella fortezza alcune strutture preesistenti come la torre di Matilde e la “quadratura dei pisani”.

 

Livorno sotto il Granducato di Toscana.

Il primo granduca di Toscana,Cosimo I,nel 1548 emise una legge con la quale veniva concesso a qualunque persona che decidesse di stabilirsi a Livorno,l’annullamento di ogni debito contratto in precedenza.La legge fece sì che già alla metà del Cinquecento Livorno iniziasse a conoscere quel fenomeno di immigrazione destinato a farsi sempre più consistente con le leggi del 1593.Cosimo I inoltre ordinò a Giorgio Vasari un progetto per la costruzione del nuovo molo,e nel frattempo pensò a fortificare ulteriormente la città che continuava a crescere in importanza.Una volta morto Cosimo I,il figlio Francesco ne continuò l’opera,rivolgendosi all’architetto Bernardo Buontalenti per il disegno di una nuova Livorno,una sorta di città fortezza con il Duomo al suo centro.Il 28 Marzo 1577 lo stesso Francesco I,nel corso di una solenne cerimonia,pose la prima pietra delle nuove mura di Livorno.Il Granduca Mediceo che tuttavia legò più di altri il proprio nome alla città di Livorno fu Ferdinando I,fratello di Francesco I e salito al potere nel 1587. Fu ordinando infatti a Realizzare il progetto del Buontalenti. Livorno divenne dunque una città con solide mura circondate da un canale navigabile,ricca di palazzi,magazzini,caserme e dogane.Un altro canale navigabile unì Livorno a Pisa.Ma ciò che più di tutto contribuì al rapido sviluppo della città portuale fù la pubblicazione.il 10 Giugno del 1593,delle famose “leggi Livornine” a favore dei mercanti di ogni luogo e di ogni religione.In pratica si trattava di un vero e proprio indulto con il quale si favoriva il

Popolamento della città,dando asilo politico a tutti coloro che intendessero stabilirsi a Livorno ed aprirvi un’attività.La legge favorì in modo particolare gli Ebrei,che approdarono nel porto toscano un po’ da tutti i paesi Europei.Nel 1606,tre anni prima di morire,Ferdinando I volle coronare la sua opera innalzando Livorno all’onore di città.Il figlio di Ferdinando,Cosimo II,si trovò dunque ad amministrare una città assai fiorente,ricca di artigiani e mercanti,dove si incrociavano razze e culture molto diverse tra loro.Livorno,nel XVII secolo,rappresentò un raro esempio di convivenza tra tanti popoli e alla fine del 1700 era già divenuta la seconda città della Toscana con 80.000 abitanti (Firenze ne aveva 100.000).Sotto Cosimo II venne realizzato il Porto Mediceo,e la città venne dichiarata porto franco.

 

Livorno oggi.

Con Cosimo II si chiude il periodo di massimo sviluppo di Livorno,che comunque continuò a veder prosperare i propri commerci.Nessuno dei granduchi successivi tolse infatti alla città i privilegi doganali che le avevano permesso quella rapida evoluzione. Con l’annessione del Granducato di Toscana al Regno d’Italia,Livorno conobbe un nuovo sviluppo,non più legato soltanto al porto commerciale,ma anche ad alcune attività industriali ad esso collegate.

Ai cantieri navali piano piano si aggiunsero altre attività industriali (chimica,petrolchimica,metalmeccanica,conservazione del pesce) che oggi fanno di Livorno un centro moderno e molto attivo.Anche l’attività turistica nacque alla fine dell’Ottocento,trasformando Livorno in una stazione balneare molto ambita e rinomata già agli inizi del nostro secolo.La città conobbe anche un’importante stagione culturale,animata da scrittori come

Marrani,pittori come Fattori e Modiglioni e musicisti come Pietro Ma scagni,tutti di nascita livornese.

La seconda guerra mondiale causò numerosi danni a Livorno,che pure seppe riprendersi con rapidità.Oggi la città conta più di 170.000 abitanti,e la provincia,che si estende tutta lungo la costa,abbraccia 20 Comuni.Ben cinque delle sette isole che formano l’arcipelago toscan0 sono inoltre in provincia di Livorno:Gorgonia,Capraia,Elba,Pianosa e Montecristo.

 

ARTE

Chiese e palazzi

Il centro dell’antica città disegnata dal Buontalenti è rappresentato da Piazza Grande,dove si affaccia il Duomo dedicato a San Francesco ed eretto tra il 1594 e il 1606 su disegno di Alessandro Pieroni.Il duomo venne poi ampliato nel corso del 1700.I bombardamenti della seconda guerra mondiale procurarono danni ingenti al Duomo Livornese,che è stato poi ricostruito secondo le linee originali.L’interno è a croce latina ad unica navata,e vi si conservano pregevoli opere,come l’Assunta del Passignano e san Francesco che riceve il Bambino da Maria dell’Empoli.A destra dell’ingresso invece si ammira il monumento al marchese Marco Alessandro del Borro,opera dell’artista fiorentino Giovan Battista Foggini.Piazza Grande è stata completamente ricostruita dopo l’ultimo conflitto mondiale,e pertanto i palazzi che vi si affacciano sono tutti d’impronta moderna.Dietro al Palazzo Grande,che si trova di fronte al Duomo,si apre il largo Municipio con il Palazzo Comunale eretto nel 1720 su disegno di Giovanni del Fantasia.All’interno dell’edificio si conserva un bel dipinto del Sustermans,che ritrae il granduca Ferdinando II nell’atto di ricevere i mercanti.Imboccando la Via S. Giovanni si arriva alla chiesa omonima originaria del Duecento ed ampliata nel 1624.Non lontano dalla chiesa di San Giovanni Battista si trova il tempio intitolato a Santa Caterina,anch’esso opera settecentesca di Giovanni del fantasia con all’interno l’incoronazione della Vergine di Giorgio Vasari.Ancora al oggini si deve invece il disegno della chiesa di San Ferdinando,detta anche della Crocetta,costruita tra il 1707 e il 1714.Senza dubbio si tratta di una delle chiese più interessanti della città con bellissime opere di Giovanni Baratta all’interno.All’angolo tra via Grande e piazza Guerrazzi si trova il palazzo del Picchetto,un bell’edificio del 1707 eretto per usi militari.Non distante si incontra il Costernino,ossia l’edificio dove veniva regolata la distribuzione dell’acqua.Il Costernino è opera di impianto neoclassico disegnata da Pasquale Poccianti nel 1842.Pochi anni prima,tra il 1829 e il 1832,lo stesso Poccianti aveva realizzato il Cisternone,vale a dire il serbatoio dell’acquedotto.Nei pressi del Cisternone si trova il palazzo De Larderel,fatto erigere in pure linee neoclassiche nel 18321850,dall’industriale De Larderel.

Poco a sud di Livorno si trova il Santuario della Madonna di Montenero,eretto nel XVI secolo su un colle al posto di un preesistente oratorio.Secondo la leggenda,nel 1345 un’immagine della Madonna arrivò all’Ardenza dall’isola Eubea.L’immagine venne portata da alcuni eremiti sul colle e racchiusa dentro un oratorio.Ben presto la fama dei miracoli della Madonna di Montenero si sparse lungo la costa tirrenica,e il santuario divenne meta di pellegrinaggi.Alle pareti della sagrestia si trovano moltissimi ex voto che testimoniano il vero e proprio culto che nei secoli si è sviluppato intorno alla Madonna di Montenero.

 

La città medicea

Il cuore della città antica è il Duomo,voluto da Bernardo Buontalenti al centro di quel pentagono di mura che circondava la Livorno del Rinascimento.Il Fosso Reale delimita l’antico centro a sud,mentre a nord-ovest e a nord-est si trovano rispettivamente la Fortezza Vecchia e la Fortezza Nuova.Voluta dal Duca Alessandro De’ Medici la Fortezza Vecchia venne disegnata da Antonio da Sangallo.I lavori per la costruzione della Fortezza iniziarono nel 1531 e si protrassero fino al 1537.La fortezza ha un perimetro murario di 500 metri e tre bastioni.Su uno dei due portali d’ingresso si trova lo stemma del Duca Alessandro.La Fortezza Nuova invece venne eretta nel 1590,sotto il granduca Ferdinando I,su disegno di Giovanni dei Medici,Vincenzo Bonanni e Bernardo Buontalenti.In origine,le due fortezze erano unite da una cortina che venne abbattuta nel corso del XVII secolo per dare spazio ai quartieri di Venezia Nuova e San Marco,i più caratteristici della città.Immediatamente a sud della Fortezza Vecchia si apre il Porto Mediceo,con la vecchia darsena,il Fortino della Sassaia e il Molo Mediceo.Da quest’ultimo si raggiunge la Torre del fanale,eretta la prima volta nel XVI secolo e distrutta nel corso del secondo conflitto mondiale.La torre è stata poi ricostruita nel 1955 secondo le linee originarie.Alla sua base si trovano i resti del lazzaretto voluto da Francesco I nel 1582. 

Sul fianco orientale della Vecchia Darsena- si apre piazza Giuseppe Micheli.E’ qui che nel 1607 venne eretto quello che è poi divenuto il gruppo scultoreo simbolo di Livorno:il Monumento a Ferdinando I,detto anche dei Quattro Mori.Si tratta di una statua del Granduca con l’uniforme dei Cavalieri di Santo Stefano scolpita da Giovanni Bandini e posta su uno zoccolo intorno al al quale si trovano quattro mori incatenati,fusi da da Pietro Tacca e aggiunti al monumento in un secondo tempo.I quattro schiavi turchi furono fusi con i cannoni presi agli arabi e ai turchi vinti dai soldati del granducato durante l’ardita spedizione del 1607 voluta proprio da Ferdinando I per conquistare la città di Ippona.

 

I Macchiaioli e il museo Giovanni Fattori.

Intorno alla metà del secolo scorso,a Firenze si formò il più importante e costruttivo movimento artistico dell’Ottocento italiano,quello dei Macchiaioli.La scuola dei macchiaioli nacque in contrapposizione e contrasto all’accademismo che aveva caratterizzato la prima metà del secolo con i suoi “quadri Storici” . La teoria che fù alla base di questo movimento pittorico era quella della “macchia”,che cronologicamente precede l’impressionismo francese e che per alcuni aspetti vi si avvicina.I macchiaioli ritenevano che il pittore dovesse rendere esattamente ciò che l’occhio umano percepisce,ossia macchie colorate di luce e di ombra.Il maggiore rappresentante del movimento dei macchiaioli fù il pittore Giovanni Fattori,nato a Livorno nel 1825.E proprio al più importante esponente della “macchia” Livorno ha intitolato un museo.Il museo Civico Giovanni Fattori si trova all’interno del parco di villa Fabbricotti,in una palazzina ottocentesca.Il museo conserva una collezione di dipinti di Fattori tra i quali “Pagliaio,I buoi,Antignano,Sulla spiaggia,Torre rossa,Butteri,Battaglia di san Martino,La signora Martelli,Ritratto della Moglie “. Il Museo Civico possiede alcune opere antiche come la Madonna col Bambino attribuita a Sandro Botticelli e la Crocifissione di Neri di Bicci.

 

Museo Civico Giovanni Fattori 

 

Villa Mimbelli

Via San Jacopo in Acquaviva

Telefono 0586.808001 - 804847

L'importante raccolta di dipinti di Giovanni Fattori e di altri macchaioli e post macchiaioli conservata a Livorno - che di Fattori fu la città natale - ha ricevuto una sistemazione razionale e una degna collocazione nella prestigiosa Villa Mimbelli. 

Nelle belle sale della Villa, realizzata nel 1865 su progetto dell'architetto Giuseppe Micheli e recentemente restaurata, la collezione civica e' stata riordinata secondo un preciso criteriostorico-artistico e arricchita da un nuovo gruppo di interessanti opere sinora conservate nei depositi. 

Nel complesso si sono potute disporre sui tre piani della villacecentotrentasei opere sinora conservate nei depositi.Oltre ai dipinti di Fattori ,che costituiscono la parte piu' riccae pregevole della raccolta,il nuovo Museo offre al pubblico e aglistudiosi la possibilita' di apprezzare famose e importanti operedi pittori ,quali, Silvestro Lega, Cesare e Giovanni Bartolena, i Tommasi, Vittorio Corcos, Michele Gordigiani, Leonetto Cappiello, ed altri, che hanno caratterizzato le vicende artistiche italianea cavallo tra ottocento e novecento

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Antico borgo medievale che conserva ancora entro le sue mura numerose testimonianze storiche. E' situata sulla sommità di una collina (280 m.s.l.m.) ricoperta di uliveti e macchia mediterranea dalla quale si domina tutta la Val di Cornia fino al mare che dista non più di 5 km. L'espressione moderna di Campiglia è rappresentata da Venturina, centro agricolo sviluppatosi recentemente nella piana sottostante, nelle cui vicinanze si trovano sorgenti termali con importanti proprietà terapeutiche. 

Siamo nell'estremo sud della provincia di Livorno, in quella parte della Toscana che anticamente veniva chiamata Maremma Pisana. Lasciando la via Aurelia al bivio di Venturina, o nei pressi di S.Vincenzo, e inoltrandosi verso Est fra gli uliveti e la verdissima macchia mediterranea, dopo alcuni chilometri, sulla sulla sommità di una collina a poca distanza dal mare, appare Campiglia Marittima.

Nelle vicinanze Il Parco Archeo-minerario Rocca di San Silvestro, un sito archeominerario di grande importanza storico culturale. Il villaggio fortificato, di cui oggi possiamo ammirarne i resti, fu costruito nel X sec. sotto la signoria dei Conti Della Gherardesca.

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Lucca è sicuramente uno dei fiori all’occhiello della Toscana, memore di grandi momenti di splendore; arte, artigianato, economia e cultura. E’ "la città dell'arborato cerchio" come la celebrò l’indimenticabile Gabriele D'Annunzio. Le prime tracce di uomo rinvenute nel territorio riconducono ai popoli liguri ma è con gli Etruschi, come del resto tutta la Toscana e la bassa maremma, che si vede un incremento demografico unito alla crescita economica ed artistica, grazie al commercio e agli scambi. Gli Etruschi prima, e i Romani dopo lasciarono preziose testimonianze, le cui vestigia sono presenti su tutto il territorio .

Con i Romani, nell’89 a.C., diventa municipio e fu forse l’epoca più intensa di fermenti che durò circa due secoli.

Dopo i romani fu la volta dei popoli invasori che si alternarono alla conquista del territorio italiano, e ovviamente toccò la stessa sorte a Lucca, snodo stradale di importanti vie di comunicazione. Per primi arrivarono i Goti, poi i Bizantini e successivamente i Longobardi con i quali divenne ducato e passaggio strategico, ed in parte obbligato, fin verso la valle del Tevere per spostarsi verso l’altro regno longobardo, la Puglia.

Lucca divenne importante in Toscana grazie al condottiero Castruccio Castracani, a Paolo Guinigi che avviò lo sviluppo artistico e culturale. Ma la notorietà di Lucca superò i confini italiani diffondendo la sua fama grazie all'intenso e ricco commercio della seta con l’ Europa e l’Asia. 

Nel 1799, la città venne conquistata dai Francesi e per volere di Napoleone, divenne principato di Felice Baciocchi e Elisa Bonaparte, sorella dell'Imperatore, fino al 1814. Dopo la caduta nopoleonica, gli Austriaci tennero lo Stato fino al Congresso di Vienna che assegnò il Ducato di Lucca a Maria Luisa di Borbone e al figlio Carlo Ludovico.

Nel 1847, Carlo Ludovico cedette il Ducato di Toscana a Leopoldo 11, ma già erano nell'aria quelle idee liberali che avrebbero portato, pochi anni dopo, ad unirlo all'Italia.

 

L’Università dei monetieri è molto antica ed era già presente allíepoca del dominio longobardo. Molti documenti conservati nell'archivio Arcivescovile, ne documentano l’attività. Il "Moneturius" (Zecchiere) costituì una corporazione e sotto la protezione di S. Eligio venne chiamata Collegium Monetariorum" alla quale fu preposto un "Magister Monetae (Maestro di Moneta). Tutti coloro che appartenevano a questa Università erano detti "Overieri" (coloro che fanno moneta) e l'ammissione non era facile perché comportava la conoscenza dell'arte, attestata dalla matricola e veniva fatto loro giurare sui Santi Vangeli l'impegno di esercitare con rettitudine la professione concessa a Lucca dai vari imperatori. Nei locali dell'antico Uffizio della Zecca di Lucca, il "Collegio dei Monetieri" è di nuovo attivo con le antiche metodologie di affinare, fondere, incidere i metalli (segreti custoditi gelosamente da poche famiglie lucchesi, chiamate "De lignaggio Monetae").

La nostra produzione è finalizzata alla ricostruzione della moneta antica, ricostruzione che avviene studiando più esemplari della stessa nel peso, nella grandezza e nello stile per ottenere così un disegno e un modello ben dettagliato, dal quale vengono realizzati i punzoni maschi, incisi e lavorati a bulino. L'antico uffizio della Zecca ha realizzato a Lucca, nei suoi locali di via S. Andrea 45 (nei pressi della torre Guinigi), una esposizione che ripercorre la storia della moneta nei secoli ed è possibile visitarla nei giorni feriali e festivi dalle 9,30 alle 13 e dolle 14,30 alle 19 escluso il lunedì mattina.

 

Visitare le ville di Lucca è impresa di non poco conto se si pensa di esaurire l'approfondimento di questo tema con un'escursione a tempo determinato; si corre il consueto rischio di sottoposi ad un 'infarinatura di notizie accompagnato da una sequenza di immagini che - pur suggestive ed affascinanti - non riusciranno mai a restituirci a pieno il complesso dei valori culturali ed ambientali di quella civiltà lucchese che nelle ville realizza - insieme alla città murata - il suo momento espressivo più elevato. 

Più di trecento tra grandi e piccole sono infatti le residenze in villa che i lucchesi si costruirono nel corso di oltre quattro secoli nei siti più ameni della campagna e dell'arco collinare che circonda la piana di Lucca; dai primi insediamenti trecenteschi nati come casini di caccia, attraverso le grandi ville cinquecentesche delle opulente famiglie borghesi impegnate nell'arte e nel commercio della seta, che tracciarono il territorio e l'ambiente come un superbo quadro naturale, fino ai numerosi epigoni che nella riproposizione di quei modelli completarono il paesaggio - nelle epoche successive e fino alle soglie del novecento - con una interminata serie di dolci e civilissimi tratti, quali sono quelli offerti agli occhi del visitatore anche più frettoloso. Questo patrimonio è ancora tutto nella mano privata, che sovente l'ha tramandato da una generazione all 'altra con la premurosa attenzione che i lucchesi sanno manifestare nelle cose che sono desdnate a restare, e attraverso di esso sta nascendo una nuova maniera di proporsi all'apprezzamento esterno tramite la rinascita dell'ospitalità, della produzione tipica, dell'accoglienza alla cultura e alle arti liberali. Il visitatore non si trova quindi di fronte ad un repertorio circoscritto di monumenti, ma ad una testimonianza perenne di valori che comprende architettura, paesaggio, agricoltura, attività tradizionali, enogastronomia ed anche recessi di quiete e di meditazione, di contemplazione e rigenerazione dello spirito, di godimento d'ambiente in corrotto, in cui è necessario penetrare con progressivo entusiasmo, senza la febbrile inquietudine del turista a tempo, ricercandone man mano la misura che per ognuno si riveli più conveniente. In altre parole in punta di piedi. 

Afferma il Borchardt, che ben conobbe la Lucchesia e a lungo vi soggiornà: «La villa rende onore già di lontano all'ospite in arrivo, ripagandolo di tutto quello che gli nega finché egli èsemplice turista». E comunque giocoforza organizzare questo viaggio in uno o più percorsi, nessuno dei quali - lo diciamo subito - risulterà esaustivo del tema delle ville di Lucca, perché la tentazione sarebbe forse quella di girovagare senza una meta precisa, seguendo un muro di pietre scarnite dal vento e con sorpresa incontrare eleganti prospetti di antichi palazzi celati tra le fronde di alberi secolari; oppure incantarsi ai forti profumi del vino che ribolle nella cantina e attendere sui colli il roseo risolversi dei tramonti. E un viaggio che ha poche tappe sicure ed è spesso affidato all'intraprendenza del forestiero d'antica indole, quello che un tempo trascurava le poste per fermarsi a indagare i segnali della civiltà, scegliendoli nei vasti panorami come nei particolari apparentemente insignificanti e da ciò traendone quel ristoro per lo spirito che - alla fine del pellegrinaggio - gli dava la certezza di tornar migliore di quando era partito.

 

Museo Nazionale di Palazzo Mansi

Fu acquistato nel 1965 dallo Stato italiano come sede per ospitare le opere pittoriche dei musei nazionali di Lucca. 

Museo Nazionale di Palazzo Mansi

Via Galli Tassi, 43 - Tel. 0583 / 55.570 - Fax 0583 / 31.22.21 - Orario 9/19 * festivo 9/14 * chiuso il lunedì.

 

Museo della cattedrale

E' composto da una casa torre duecentesca, una chiesa cinquecentesca ed un corpo principale di origine trecentesca. Vi sono esposti gli oggetti d'arte che hanno caratterizzato nei secoli l'attaccamento e la devozione dell'emblematica figura del Volto Santo - antico crocefisso venerato nel Medioevo in tutta Europa.

Nella sacrestia della Cattedrale è visibile quello che fino ad oggi è ritenuto il monumento funebre che Jacopo della Quercia scolpì di llaria del Carretto - consorte di Paolo Guinigi che fu Signore di Lucca tra il 1400 ed il 1430.

Museo della cattedrale - Via Arcivescovato - Tel. 0583 49.05.30 - Aperto tutti i giorni Apr/Ott 10/18 - Nov/Mar 10/14 - festivi 10/17

 

Lucca ancora oggi conserva per intero la sua possente cinta muraria, nata soprattutto per incutere forza militare ed organizzazione amministrativa; infatti nessuno tentò mai di espugnarla. La cinta muraria è percorribile come una passeggiata sotto a secolari alberi che furono piantati allíepoca per coprire la visuale delle numerose torri in caso di attacco, ma anche come approvvigionamento di legna da ardere. 

Nei secoli successivi la cerchia dei bastioni venne trasformata in una specie di giardino pensile sospeso sulla città. Per secoli, illecitamente i lucchesi vi avevano impiantato piccoli orti, vi avevano mandato a pascolare le proprie cavalcature, mentre i fossi esterni venivano utilizzati come campi di grano o pascoli per le mandrie.

La passeggiata sulla muraglia a piedi o preferibilmente in carrozza era divenutaa nel Settecento una tappa d'obbligo quando si ricevevano principi forestieri e un appuntamento da non perdere nelle giornate monotone della nobiltà durante la bella stagione.

Ancora oggi le antiche mura di cinta che i Lucchesi hanno saputo conservare, proteggono il centro della città dal caos esterno; avvolgono di fascino una delle più belle città díItalia e i visitatori non dovrebbero perdere líebrezza che si prova in una rilassante e suggestiva passeggiata percorsa da secoli di storia.

 

Le Ville di Lucca

Le belle ville che si possono ammirare nei luoghi più suggestivi delle campagne di Lucca, furono costruite nel corso di oltre quattro secoli. Sono oltre trecento, tra cui alcune trecentesche nate come casini di caccia, altre come grandi ville cinquecentesche delle famiglie borghesi e dei ricchi commercianti di seta.

Questo patrimonio è ancora tutto in mani private, 

tramandato meticolosamente e rigorosamente da una generazione all'altra come. Solo alcune di queste ville sono oggi visitabili ed in grado di offrire un'accoglienza degna della migliore tradizione lucchese.

La matrice strutturale e formale di Lucca è data dalla presenza delle ville, includendo con questa accezione tutto l'insieme della villa stessa: l'intera proprietà immobiliare costituita dall'edificio principale, dal parco, dalla fattoria, dalle case coloniche, dalle sistemazioni agrarie, dai boschi e dai corsi d'acqua. "La villa è armonica distinzione di vigneti e uliveti, campi coltivati e zone a selvatico, case di contadini e dimora del Signore" (Isa Belli Barsali); è opera di una borghesia urbana che investiva il frutto dei propri guadagni in terre. Un insieme costruito come una opera d'arte, da un popolo raffinato. Ma questo paesaggio, oggi così apprezzato, non è solo il risultato di una operazione di investimento fondiario. Nell'organizzazione strutturale di questo territorio tutto era tenuto presente: la giacitura dei terreni, la regimazione delle acque, l'ordine delle colture, la collocazione degli edifici, la disposizione degli alberi; con grande semplicità, modestia, funzionalità, ordine, compostezza, rigore. Una matrice comune per la sua definizione e organizzazione è data dalla sistemazione a terrazze o a poggi dei terreni. Con questa tecnica si trasformarono i terreni acclivi della collina in parti piane, evitando l'erosione dei suoli e imbrigliando le acque che, regimate, si convogliarono dove l'uomo voleva. È il grande disegno della collina toscana; è "l'adorno anfiteatro di poggi" di Borchardt; una serie di segni, tra loro paralleli, curvilinei, che modellano variamente, ma con continuità, il contesto territoriale della villa, ne costituiscono il fondale. E' il risultato della lotta, o del dialogo, dell'uomo con la natura per costringerla, o per convincerla ad un uso produttivo, nel rispetto della sua struttura. È il frutto di un lavoro secolare di cui esistono, a Lucca, documenti certi dalla fine del XIII secolo. Questa tipicità del paesaggio lucchese non sfugge a Montaigne che nel Journal de Voyage, intorno al 1580 scriveva: "On ne peut trop loeur la beauté et l'utilité de la méthode qu'ils ont de cultiver les montagnes jusqu'à la cime, en y faisant, en forme d'escalier ...". Nel rapporto tra insediamento collinare e colture, tra villa, giardino e paesaggio anche i materiali usati giocano un ruolo fondamentale: sono materiali cotti in loco, come i laterizi delle fornaci locali (oggi tutte in disuso o demolite), le calci preparate con il calcare ceroide di Santa Maria del Giudice, le sabbie ed i ciottoli del Serchio, le pietre. Sono proprio i materiali lapidei ad intervenire come elementi costitutivi come pezzame da costruzione o come materiale da taglio; sono usati nei muri di recinzione, nelle architetture dei cancelli, nei lastricati, nelle cordonature, nelle fasce decorative, nelle cornici di portali e finestre, nelle case coloniche e negli oratori. Le cave di Matraia e di Guamo erano quelle a cui ci si rivolgeva; una a Nord, l'altra a Sud quasi a servire imparzialmente due parti significative dell'insediamento delle ville. Pur tuttavia le pietre erano usate anche insieme dialogando, con il laterizio, con la loro diversità di colore. I siti ricchi di acque sorgive o serviti da un torrente, con facili possibili derivazioni, erano quelli più ricercati per la costruzione delle ville. L'acqua in villa, oltre ad assolvere mansioni puramente funzionali connesse con la vita domestica e con il lavoro agricolo, diventò occasione per la realizzazione di opere di abbellimento e di divertimento, di puro piacere. Le architetture dell'acqua insieme alle architetture del verde costituiscono il micropaesaggio interno alla chiusa della villa; raggiungono altissimi livelli di qualità e di tecnica idraulica riscontrabili nei numerosi ninfei, vasche e peschiere, con giochi segreti d'acqua, soluzioni architettoniche variate, arricchite da statue e decorazioni realizzate con mosaici rustici, sassolini di vari colori, conchiglie, con figure grottesche e mostruose. Nei ninfei sono importanti e studiati anche i giochi di luce che penetrano all'interno di queste architetture in cui i fasci luminosi formano arcobaleni con il pulviscolo d'acqua. Ma anche il gioco, il piacere si ricompongono correttamente, in una sorta di senso civico e di rispetto, che è tipico dell'animo lucchese, nei riguardi del prossimo: l'acqua non viene dispersa, non viene alterata, riesce a valle della chiusa a disposizione degli altri.

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Caratteristica è la sua struttura ad anelli semicircolari che scendono dolcemente verso il mare, corrispondenti a tante fasi dello sviluppo urbano. E’ uno dei paesi della Vai di Cecina che meglio conservano l’impianto del castello medievale. Sul territorio sono stati trovati resti di insediamenti etruschi e romani, di cui alcuni reperti si possono vedere nel paese.

Le colline di Casale erano luoghi di insediamenti etruschi e diversi ritrovamenti archeologici sono stati effettuati nel territorio.Il più importante è una tomba a tholos, dei V secolo a.C., asportata e ricostruita nel giardino del Museo Archeologico di Firenze. Da questa tomba provengono, tra l’altro, i due più antichi oggetti d’alabastro di cui si ha notizia, usciti probabilmente dalle officine di Volterra — una patera e un lacrimatoio —, anch’essi al Museo Archeologico di Firenze. Altri reperti si trovano nei musei di Volterra e alla Cinquantina di Cecina. Dell’epoca romana è una piccola villa, nel Botro della Pieve, i materiali della quale sono stati reimpiegati in alcuni edifici dei paese.

Il castello medievale è nominato nei documenti sin dal 1004 e apparteneva ai conti Della Gherardesca, ai quali fanno riferimento i primi documenti di vendita (nei 1004 Gherardo e la moglie Giulia donarono una chiesa e 13 poderi "che sono nella corte di Casale" al monastero di Santa Maria di Serena a Chiusdino; nel 1008 Gherardo dei fu Gherardo vendette case, cascine e masserizie dei distretto della pieve di San Giovanni di Casale, e Wilda, sua moglie, altri beni nello stesso distretto; nel 1092 un conte Gherardo concesse al monastero di Montescudaio una chiesa di Sant’Andrea a Casale).

In realtà esistevano nella zona due castelli dello stesso nome: Casalvecchio, di cui è rimasta solo la collina omonima a sudest dell’attuale paese, e Casalnuovo, l’odierno Casale Marittimo. Non è chiaro quali fossero i rapporti tra i due castelli e per quanto tempo convissero; i documenti più antichi sono senz’altro da riferirsi a Casalvecchio, e così anche una famosa lettera del vescovo di Volterra, del 1344, in cui questi racconta come il conte Gherardo di Donoratico fosse ammalato nel castello di Casale e a causa della cattiva aria non poteva guarire fino a quando non fosse stato portato altrove: "Mandammo li medici [...] e quelli lo consigliarono perché l’aere di Casale era corrotta e per altre ragioni che se d’ivi non si partisse, che egli era in pericolo della vita e veramente secondo che e’ medici ci hanno poi detto di quella infermità non sarebbe campato se non fosse partito." E’ questa una precoce testimonianza della diffusione delle febbri malariche.

Casalvecchio fu distrutto presumibilmente nel 1363 durante una battaglia tra pisani e fiorentini, ma probabilmente già prima era stato gradualmente abbandonato a favore di Casalnuovo che, pur non essendo più alta, era meglio ventilata e più salubre.

Tra i due castelli, sul Botro della Pieve, si trovava la pieve di San Giovanni Battista di Casale, che dà ancora oggi il nome al torrente e a una località. Era la chiesa madre del circondano, l’unica dotata di fonte battesimale, e a lei facevano capo non solo Casalvecchio e Casalnuovo, ma anche Guardistaiio e Montescudaio. Benché fosse stata molto danneggiata - anzi: "[...] demolita et destructa quasi per totum" nei combattimenti dei 1363 e il fonte battesimale in seguito a questa guerra fosse stato trasferito a Casalnuovo - , essa mantenne il titolo di pieve e lo conservò, a quanto pare, addirittura fin verso la metà del ‘500. Nei 1413, al momento di una visita pastorale dei vescovo di Volterra, essa risultò "in totum diruta", cioè totalmente diroccata e solo le mura stavano in piedi, tuttavia era pieve e aveva il pievano. Nei 1439 i battesimi di tutti i bambini dei castelli vicini si tenevano "ogni Sabato Santo al fonte battesimale nella pieve di S. Giovanni Battista in Santo Andrea di Casale", come si rileva da una lettera del vescovo di Volterra, dalla quale risulta che Sant’Andrea ospitava il fonte battesimale senza però disporre del titolo di pieve. Mentre i castelli di Casale erano sotto il dominio politico della Repubblica di Pisa, la pieve dipendeva dalla Diocesi di Volterra.

A Casalvecchio risiedevano dalla metà dei ‘300 circa i conti Montescudaio, ramo della famiglia Gherardesca costituitosi in quel periodo nel castello di Montescudaio. Un loro palazzo o rocca esisteva ancora nell’Ottocento ed è nominato nel Dizionario geografico del Repetti. La struttura del castello era a pianta circolare con una porta a sud munita di antiporti e rampa d’accesso e sovrastata dalla rocca. A nord si trovava una torre d’avvistamento, ancora visibile, ma non sono accertate altre porte. Le mura erano formate dalle case stesse che avevano, e hanno, pareti molto spesse verso l’esterno e poche finestre collocate solo in alto. All’interno - come in altri insediamenti medievali - le case erano addossate l’una all’altra senza regola alcuna e senza alcun rispetto per l’andamento delle strade e prive di sufficiente aereazione. Il castello racchiudeva al suo interno non solo le case e le cantine, le botteghe del macellaio, del fabbro, del barbiere, il forno e il frantoio, ma anche le stalle e i castri per gli animali domestici (asini, porci, galline) e qualche orto. In più c’era la chiesa con l’annesso cimitero e, oltre al palazzo signorile con le stalle, le scuderie e i magazzini, c’erano la stanza del tribunale e le prigioni. Fuori dalle mura restava la fonte con l’abbeveratoio e i lavatoi. La chiesa di Casalnuovo era intitolata a Sant’Andrea ed è nominata per la prima volta nel 1305.

Nel 1406, in seguito alla conquista di Pisa da parte di Firenze, anche Casale, come gli altri paesi della Val di Cecina, si sottomise alla Repubblica fiorentina. Nel 1407 ottenne da Firenze il permesso di costituirsi in Comune, ma contrariamente a quanto avvenne a Montescudaio e Guardistallo, non poté liberarsi dai conti Della Gherardesca-Montescudaio che vi mantennero le loro proprietà e la giurisdizione. La piccola comunità non si diede subito gli statuti, ma nel 1414 accettò quelli di Montescudaio e Guardistallo e anche successivamente, dal 1490 fin al 1620, i suoi statuti erano sempre compresi in quelli degli altri due Comuni.

Sul Cinquecento e il Seicento mancano notizie di qualche interesse; sono secoli caratterizzati dalla difesa contro le incursioni dei pirati saraceni, dalla lotta contro la malaria che infestava la pianura costiera e risaliva ai paesi, dalle periodiche carestie ed epidemie e dalla stasi sociale ed economica che contraddistingue in queste zone il Granducato mediceo. Tutti questi fattori hanno sicuramente reso difficili le condizioni di vita della popolazione.

Nel 1551 Casale aveva 245 abitanti.

Del 1642 è la notizia che la comunità deliberò la fortificazione delle mura a difesa dalle incursioni dei pirati dal mare. Nel 1648, sulla scia di Montescudaio, Casale venne dato in feudo ai Ridolfi e nel 1738 andò a far parte del marchesato di Riparbella, assegnato in feudo al conte Carlo Ginori.

All’inizio del Settecento le campagne versavano in uno stato di estrema povertà e arretratezza. Vaste terre rimanevano riservate alla caccia del feudatario e i boschi avanzavano. Nel 1709 "fu proposto come sarebbe stato molto necessario munirsi all’occasione di un medico, stante l’aria cattiva, e le multità dei malati che spesso ne muoiono miseramente senza esperimenta." Ciononostante Casale si trovava forse in condizioni migliori di tanti altri paesi dal momento che il Targioni Tozzetti, che lo visitò nel 1742, scrisse: "Casale moderno è il più grosso, e più salubre Castello di tutto il Marchesato. La ragione della salubrità è non solamente una vicina Fontana d’acqua buona, come anche la situazione favorevole in uno sporto di Collina elevata, e benissimo ventilata." Nel 1745 gli abitanti erano 315.

Nel 1777, con le riforme del granduca Pietro Leopoldo, ebbe inizio il processo di ridistribuzione delle terre e conseguentemente il loro accentramento nelle mani di alcune nuove famiglie facoltose: emergevano a Casale i nomi dei Cancellieri, degli Sparapani, dei Mannari e dei Marchionneschi, che in seguito hanno detenuto il potere nel Comune per tutto l’Ottocento e fino alla prima metà del nostro secolo. La concentrazione delle terre e la diffusione del regime della mezzadria portavano a un incremento e a un miglioramento della produzione agricola. Nel XIX secolo ancora infuriava la malaria, le case in campagna non esistevano, i lupi erano così abbondanti che nel 1810 un decreto governativo liberava la caccia al lupo da ogni vincolo, ma nel paese il numero degli abitanti iniziava a salire: erano 817 nel 1833 e vent’anni dopo, nel 1854, ammontavano a 1.070 unità; nel 1861 il numero era salito a 1.174. La progressiva bonifica della palude costiera favoriva lo sviluppo agricolo.

Nella seconda metà dell’Ottocento l’abitato subiva alcune importanti modificazioni dovute all’aumento della popolazione: nel 1854 venne demolita la porta meridionale per costruire la Torre Civica con l’orologio; nel 1872 si iniziò la costruzione della nuova chiesa che comportava l’abbattimento di una parte del muro di cinta e del vecchio municipio per aprire un varco alla nuova strada. La vecchia chiesa veniva trasformata in municipio. Il camposanto scompariva sotto il nuovo campanile, ma già neI 1855 era stato inaugurato un nuovo cimitero lungo la strada per Guardistallo. Contemporaneamente era cresciuto anche il borgo fuori dalle mura e all’inizio del ‘900 venne sistemata la piazza del Popolo, allora piazza Cancellieri. Il paese assumeva più o meno l’aspetto attuale.

Nel 1862, Casale, fino allora chiamato "Casale nelle Maremme", assunse il nome di "Casale di VaI di Cecina"; dal 1900 si chiama "Casale Marittimo".Nel 1936 il numero degli abitanti ha raggiunto il limite massimo di 1.583; ma negli anni ‘50 è iniziato il processo di emigrazione verso i centri in pianura che erano in rapido sviluppo e garantivano posti di lavoro sicuri, orari fissi, mansioni meno pesanti di quelle richieste al mezzadro in campagna.

All’inizio degli anni ‘60 il fenomeno dell’abbandono della terra era all’apice e il regime della mezzadria andava scomparendo. Soprattutto i giovani si stabilivano in pianura o emigravano verso le città dell’Italia settentrionale.

Nel 1971 il numero degli abitanti era sceso a 837. Il rischio di diventare un "paese di vecchi" era attenuato solo dal fatto che molti abitanti risanavano, con i soldi guadagnati fuori, le case del paese, corredandole di moderni comfort.

Oggi Casale ha 914 abitanti. L’economia è agricola e si producono soprattutto vino, olio e cereali; esistono anche un’azienda di apicultura, un laboratorio di pellicce e diversi servizi commerciali e di ristoro. L’aspetto del paese medievale è ben conservato e la sensibilizzazione per i valori storici ha fatto sì che alcuni ammodernamenti degli anni ‘60 siano stati rimossi, come la copertura delle vie in asfalto che nel 1989 è stata tolta riscoprendo il vecchio lastricato in pietra arenaria.

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Massa Marittima è una delle maggiori località turistiche della Toscana; la città infatti sorge in un territorio di particolare bellezza e interesse, quello delle Colline Metallifere.

Immersa nella Maremma toscana, a 20 km dal mare, Massa Marittima, centro culturale delle "Colline Metallifere", si trova ad un'altitudine di 380 mt. Il comune si estende su una superficie di 284 km2 ed ha una popolazione di circa 8800 abitanti, che vive su un territorio di grande pregio naturalistico, con boschi cedui, macchia mediterranea, campi dedicati all'agricoltura e al pascolo.

Gli Etruschi furono i primi a sfruttare la zona mineraria e intorno al 750 a.C. l'estrazione dei minerali portò questo popolo a essere il più ricco dell'Italia centrale. Le città di Populonia e Vetulonia spinsero i domìni verso le Colline Metallifere. Populonia traeva la ricchezza dal minerale ferroso estratto, dal IV secolo a.C., nell'Isola d'Elba; da Vetulonia, invece, partirono molti degli abitanti per andare a stabilirsi nei villaggi intorno all'attuale Massa Marittima (tanto che, nelle vicinanze del lago dell'Accesa, sono state ritrovate tracce di questa presenza). In queste terre abbondavano minerali ricchi di argento e di rame. E i ritrovamenti effettuati attestano una continuità nel trattamento dei minerali, che non è tanto diverso da quello delle moderne acciaierie e fonderie; sono state ritrovati, infatti, resti di forni fusori e, sempre intorno al lago dell'Accesa, le fondamenta di un abitato del VI secolo a.C. dove vivevano probabilmente i dirigenti di una miniera. Gli Etruschi trasformavano quei minerali ricchi di oro, ferro, argento, piombo, rame, in monili e oggetti di vario uso.

Gli scavi, condotti periodicamente dal 1980, hanno riportato alla luce, sull'altura a sud-est del lago, numerosi quartieri abitativi, dei quali sono visibili solo le fondazioni degli edifici.

Si tratta di nuclei comprendenti circa dieci case ciascuno, generalmente di due o tre vani. La tecnica costruttiva era quella tipica degli abitati etruschi: fondazioni di pietre connesse a secco e alzato in mattoni crudi o realizzato con la tecnica del graticcio (pali di legno, paglia e argilla); tetto con tegole e coppi; pavimento in argilla battuta. Nel villaggio sono state rinvenute tracce di attività collegate all'estrazione e alla lavorazione minerali, rappresentate soprattutto da scorie di fusione. 

L'insediamento, che ha avuto la durata di circa un secolo (fine VII - inizio VI sec. a.C. fino alla fine del VI), dipendeva da Vetulonia. La sua fine va messa in connessione con la perdita del controllo sulle zone minerarie da parte di Vetulonia a favore di altri centri, in particolare di Populonia. 

Dopo gli Etruschi, i Romani proseguirono lo sfruttamento anche se in maniera minore. Con le invasioni barbariche e la distruzione di numerosi centri abitati, si ebbe l'abbandono delle miniere fino al Medioevo. Le scorrerie barbariche e quelle dei pirati e dei saraceni misero in ginocchio Populonia, la cui diocesi fu trasferita, intorno all'XI secolo, a Massa.

L'attività riprese grazie all'arrivo dei maestri lombardi, in particolare comacini, alla manodopera tirolese, sassone e altoatesina. Non a caso, Montieri, dominato dai vescovo di Volterra, in questo periodo vide aumentare l'importanza delle proprie miniere e Siena acquistò una parte delle argenterie di Montieri per coniare le monete. L'estrazione dei minerali di rame, zinco, piombo e in particolare argento, ebbe dunque un notevole impulso nel periodo medievale.

Il massimo splendore di Massa Marittima come centro minerario si ebbe tra il 1200 e il 1350; per il suo patrimonio, infatti, era chiamata “Massa Metallorum” (la città dei metalli). Nel 1225, la città divenne libero comune, riscattandosi, in virtù della ricchezza che gli veniva dalle sue miniere, dalla signoria dei Vescovi e per oltre cento anni riuscì a mantenere la sua indipendenza.

Ebbe una propria zecca, propri pesi e misure e dette all'Europa il primo Codice Minerario della storia: "ORDINAMENTA SUPER ARTE FOSSARUM RAMERIAE ARGENTERIAE CIVITAS MASSAE" (sec. XIII), stupendo esempio di legislazione che regolava lo sfruttamento dei campi minerari, testimonianza dell'altissimo grado di evoluzione raggiunto dal paese sia sotto il profilo giuridico che nella capacità di gestione delle risorse del sottosuolo.

Dalla metà del XIV sec. le guerre, le pestilenze, la soggezione a Siena posero fine per quattro secoli all'attività mineraria in Maremma; la Repubblica di Siena e successivamente i Medici, quando subentrano al potere, considerarono la regione come una colonia e la ridussero in uno stato di estremo degrado.

Solo a partire dal 1830 circa l'area entrò in una fase di ripresa, soprattutto grazie alla vasta azione di riforme e bonifiche intrapresa dai Lorena. Fu il Granduca Leopoldo II che rilasciò le concessioni per i primi tentativi di indagine mineraria nella zona: questi sfociarono in fallimenti poiché le avverse condizioni dell'ambiente, ancora afflitto dalla malaria, non permisero mai di ottenere risultati concreti dopo le pur fruttuose ricerche. A partire dal 1860 finalmente nacque una società, la "Fenice Massetana'', che sfruttò in modo redditizio i filoni di pirite nella zona del lago dell'Accesa.

Allo scadere del secolo comparve in Maremma la "Società Montecatini" (che assunse il nome dalla sua prima miniera, sita a Montecatini di Val di Cecina, in provincia di Pisa), che nel giro di poco tempo acquistò la maggior parte delle miniere del comprensorio e ne incrementò la produzione dando impulso, negli anni, anche ad un settore chimico che utilizzava il prodotto primo proveniente dalla lavorazione della pirite: l'acido solforico.

Il resto è storia recente: le miniere sono state per decenni l'asse portante dell'economia locale, che poggiava quasi totalmente sull'industria estrattiva e sulla collaterale attività di trattamento dei solfuri; questo settore ha conosciuto una fase di grave declino, le miniere sono state tutte chiuse e Massa Marittima sta cercando di rilanciare la propria economia con il turismo.

Visitando la città incontriamo monumenti e architetture di estrema particolarità, come il Duomo di San Cerbone che, costruito nel 1200 in stile romanico, oggi custodisce alcune importanti opere d'arte, come una vetrata realizzata nel 1300 rappresentante il Redentore in Gloria e le Storie di San Cerbone, un affresco risalente anch'esso al trecento e raffigurante la Madonna in Trono Col Bambino, affreschi che hanno come soggetto la Crocefissione, la Madonna in Gloria con i Santi Giuseppe e Bernardino con due Monaci, attribuito al Nasini, San Cerbone con le Oche; all'interno della Cattedrale troviamo inoltre una Fonte battesimale, alcune colonne sormontate dalle figure di un Grifone, un uomo con la barba ed un cavallo, un Crocifisso in legno realizzato da Giovanni Pisano ed infine ben 11 statue di piccole dimensioni raffiguranti Santi e Profeti, che insieme ad alcuni affreschi si trovano all'interno della Cripta.

Sulla Piazza di fronte al Duomo troviamo inoltre il Palazzo del Pretorio, costruito nel XIII secolo, il Palazzo dei Conti Biserno ed il Palazzo Medievale del Comune; una delle principali peculiarità della città toscana è quella di dividersi in due parti: la parte più antica, circondata dalle mura è la Città Vecchia, all'interno della quale troviamo la Casa di San Bernardino e la Palazzina della Zecca, antico edificio dove venivano coniate le monete, mentre, al di fuori della cinta muraria incontriamo la Chiesa di San Francesco, in stile gotico, la Chiesa di Sant'Agostino, al Chiesa di San Rocco, costruita intorno al 1400 ed infine il Palazzo rinascimentale delle Armi, che costituiscono invece la Città Nuova.

Numerosi musei sono stati allestiti a Massa Marittima: il Museo Archeologico, il Museo della Miniera, il Museo di Arte e Storia della Miniera, il Parco Archeologico del lago dell'Accesa, l'Antico Frantoio e l'Antica Falegnameria.

Le origini della città sono da collocarsi nell'Alto Medioevo, fu costruita nel territorio del Monte Regio ed intorno all'anno Mille assunse una notevole importanza divenendo sede Vescovile; Massa Marittima divenne successivamente Libero Comune, ma fu comunque conquistata e controllata da Pisa, Siena e da Firenze, sotto il dominio della quale entrò a far parte dei possedimenti del Granducato di Toscana.

Un altro elemento di vanto per la città è sicuramente l'assegnazione della Medaglia al Valore Militare, per il coraggio e l'attività svolta dalla popolazione negli anni del Secondo Conflitto Mondiale.

La città è famosa anche per il suo vino DOC, il Monteregio di Massa Marittima, costituito per la maggior parte dalla tipologia di Sangiovese per il rosso e di Trebbiano Toscano per il bianco; famosi sono anche i dolci che vengono prodotti a Massa Marittima, come il Panforte, i Cavallucci e i Ricciarelli.

 

Piccola guida per la ricerca delle proprie soluzioni per le vacanze a Cecina.

Chi si avvicina all’idea di trascorrere le sue vacanze a Massa Marittima avrà necessità di consultare una guida alberghi Massa Marittima per trovare hotel Cecina o Alberghi Massa Marittima.

 

Per chi è alla ricerca della sostanza ed una camera può bastare camere vacanze Toscana oppure camere vacanze costa Toscana o ancora camere in affitto Toscana dovrebbero essere termini di ricerca appropriati come anche camere Massa Marittima.

 

Gli italianisti preferiranno cercare alberghi sulla costa Toscana o alberghi in Toscana.

 

Occorre comunque considerare che Massa Marittima si trova sulla Costa degli Etruschi , la quale si trova di fatto in Toscana mare , e la Costa Toscana è unica al mondo.

 

Dato che negli ultimi anni il turismo ha in larga parte dimostrato di preferire soluzioni di tipo abitativo oltrechè alberghiere, residence Massa Marittima, appartamenti vacanze Massa Marittima ,appartamenti per vacanze sulla Costa toscana, sono diventate voci di ricerca frequenti su testi inerenti guida turismo costa toscana.

 

Vale anche per questo secondo capitolo quanto precedentemente detto a proposito della Costa degli Etruschi , quindi nel leggere opuscoli su Massa Marittima o anche soltanto il dove dormire in Toscana occorre ricercare o digitare le voci residence Massa Marittima, appartamenti Massa Marittima, albergi Cecina o anche hotel Massa Marittima.

 

Quindi nel consultare la guida alberghi costa toscana sarà bene orientarsi alla voce vacanze costa Toscana e ricercare gli alberghi in maremma o, per chi lo preferisce,hotel Costa Toscana.

 

Anche la ricerca di residence sulla Costa Toscana potrebbe esser proficua dato che l’argomento è più in generale estate vacanze Toscana, vacanze appartamenti in affitto , mare vacanze toscana,vacanze sul mare.

 

Non è da trascurare neanche la ricerca di camere Massa Marittima, in fondo stiamo parlando di Toscana Italy, di vacanze appartamento Toscana, qualcuno più dotato di mezzi economici cerca villa Massa Marittima o anche villa costa toscana per vacanze Massa Marittima.

 

Per chi optasse per una zona specifica come la la Costa degli Etruschi o per Cecina in modo particolare, sarà bene ricordare che i termini di ricerca vanno estesi a Massa Marittima monolocali oltrechè vacanze in affitto Toscana o anche Toscana mare o agriturismi Massa Marittima.

 

Infine, non perché meno importante, occorre ricordarsi dell' Agriturismo Toscana o degli Agriturismi Toscana.

 

Quindi diamo un'occhiata a agriturismo Massa Marittima.

 

C’è poi il capitolo del monolocale vacanze molto gettonato dalle coppie ed anche dalle coppie con un bebè. Monolocali in affitto Toscana è quindi un termine di ricerca molto proficuo, come anche monolocali vacanze Toscana o monolocale Massa Marittima.

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Castagneto Carducci, piccolo borgo una volta circondato dalle mura, si trova sulla sommità di una collina, dominato dal Castello dei Conti Della Gherardesca. Il centro urbano è sviluppato secondo uno schema di anelli concentrici che sfociano in un insieme di strade, vicoli e piazzette che riportano nel passato, di cui possiamo ancora trovare antiche testimonianze. Castagneto, che comprende anche i comuni di Bolgheri, Donoratico e Marina di Donoratico, riunisce nel suo territorio una notevole varietà di ambienti naturali: la spiaggia, le pinete della costa, le zone che ricordano l'antica Maremma, la campagna punteggiata di ville, i poderi e le case coloniche, le colline dalle forme e dai colori tipicamente toscani, i vicoli antichi del paese.

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Un isolotto, o più esattamente un affioramento roccioso circondato da scogli a fior d'acqua nell'Alto Tirreno, lungo nove chilometri e largo due, di fronte a Livorno da cui dista per un breve tratto di mare: questa è la Meloria, celeberrima per la battaglia del 6 agosto 1284 che segnò la grande sconfitta della flotta pisana perpetrata da quella genovese. Ma la Meloria è anche un luogo, dall'antichità ad oggi, straordinario per il paesaggio e la natura, per i particolari morfologici che la contraddistinguono. In questo libro, un famoso esploratore dei mari esotici e del Mediterraneo in particolare, come Folco Quilici, una storica allieva di Marco Tangheroni, come Olimpia Vaccari, e un naturalista livornese, come Gianfranco Barsotti, che della Meloria e della natura al di sotto del suo mare conosce tutto, ci restituiscono di questo luogo che appartiene all'immaginario collettivo della civiltà del Mediterraneo gli aspetti più importanti. Il libro ha inoltre nelle fotografie di Fabio Taccola, per la parte emersa, e di Guglielmo Cicerchia e Federico Fiorillo, per la parte sommersa, immagini straordinarie e altamente suggestive.

 

Maledetta meloria

di Renzo Castelli

Brucia ancora la sconfitta con Genova, sette secoli dopo. Forse è tempo di farsene una ragione... Non sono il tifo sportivo, né le tradizioni spesso un po’ posticce sospinte dal turismo, a disegnare la vera anima di una città. Nel caso di Pisa, la sua “pisanità”. In poche città, come in questa, la storia, e quindi il passato remoto, hanno lasciato un segno così marcato e condizionante. Pisa ha troppa memoria - l’origine etrusca, la grandezza della sua marineria - per dimenticare. Ecco perché ancora oggi la Meloria non è soltanto il nome di una battaglia finita in disfatta, una delle molte che l’uomo ha combattuto in terra e sul mare, ma rappresenta la morte di una città-Stato, l’umiliazione dei suoi cittadini. Con la Meloria (1284) Pisa ha perduto l’orgoglio, i sogni, la regalità, e mai più potrà dimenticare il perduto potere. La città-stato ha chinato la testa, forse per sempre, e non dimenticherà mai più. Pisa, che era stata (Rudolf Borchardt) “un impero di vele”, resta nei secoli dei secoli una città sconfitta, umiliata, delusa. Pisa, ovvero l’orgoglio ferito. Non fu solo la Meloria a scavare il grande solco che proietta la sua ombra fino a noi. Ai 12 mila morti della battaglia che cancellarono l’anima della grande città-stato, si aggiunsero i 6mila prigionieri portati in catene nel carcere genovese del Modulo che provocarono una crisi demografica che parve irreparabile. “Questa situazione - precisa lo storico Emilio Tolaini - determinò un forte incremento immigrativo dal contado che consentì di ricostruire in qualche modo la rete dei traffici”. Ma il ritorno ad una seminormalità non fu vera gloria: appena un secolo dopo, infatti, i fiorentini compreranno Pisa e il suo porto. 

Se è vero che ogni città ha un’anima propria che è la risultante delle anime di coloro che vi hanno sempre vissuto, molti concordano nel dire che Pisa conserva ancora una scontrosità che è figlia della sconfitta più bruciante. Scontrosa, dunque, e superba: così la giudicò Borchardt nel secolo scorso, e il giudizio resta attuale. Per questi motivi, nell’effervescente e inventiva Toscana, nella blasfema Toscana, Pisa si colloca con caratteri diversi da ogni altro campanile. La “pisanità”, ancora oggi, significa diffidenza perché diffidenza è figlia dell’orgoglio ferito. Non a caso Curzio Malaparte, nel disegnare i suoi Maledetti Toscani, glissò del tutto su Pisa. Confesserà: “Non li capisco, questi pisani. Hanno un carattere sfuggente, insincero. Sembra quasi che debbano farsi perdonare qualcosa. Ma cosa?”. La risposta sarebbe stata la stessa di oggi: farsi perdonare di avere perduto. Eppure Malaparte adorava Pisa, i suoi silenzi notturni ma anche il vociare degli studenti, la straordinaria bellezza dei marmi e l’Arno che fluiva al mare. Anche se di quel fiume preferiva le burrasche e il ghiaccio dell’inverno perché la “torba” voleva dire l’ingresso in Arno delle cèe. E per un piatto di cèe consumato in piazza Garibaldi, nell’osteria di Nilo Montanari, Malaparte avrebbe dato l’anima. (Non sapete cosa sono le cèe? Non possiamo spiegarvelo: venite a Pisa e capirete). E con l’oste amico, Malaparte si confidava: “Siete una razza strana, ma cucinate bene”. 

Dante provvide a suo tempo e con una certa efficacia a denunciare l’orribile colpa dei pisani. Dopo la Meloria, il conte Ugolino della Gherardesca, ritenuto responsabile per imperizia o per tradimento di quella sconfitta, fu rinchiuso, fino a morire di fame, con i figli ed i nipoti nella storica torre di piazza delle Sette Vie (oggi, Cavalieri di Santo Stefano). L’invettiva dantesca è forte, ma se il sommo poeta avesse conosciuto il seguito avrebbe scritto cose anche peggiori. Le ossa del conte Ugolino, infatti, furono poi sotterrate in faccia al fiume sui lungarni di Tramontana e quel terreno restò per sempre maledetto. Chi oggi visiti Pisa e percorra i suoi lungarni, scoprirà che la lunga teoria dei palazzi è interrotta, poco prima della chiesa del Santo Sepolcro, da un giardino, l’unico che si affacci sul lungarno. Ma non è un giardino, e non è un cimitero: è terra maledetta. Perché i pisani non dimenticano. Neppure oggi che le ossa del conte hanno trovato pace - si spera - nel convento di San Francesco, su quel terreno non sarà mai consentito di costruire niente. 

No, Pisa non può essere considerata una città “normale”, come bene intese Malaparte. Dice il professor Silvano Burgalassi, sociologo e massimo cultore dell’anima pisana: “Pisa vive del passato e non riesce ad esprimere i valori di arte, di spiritualità, d’intelligenza dei quali pure è portatrice. È una sorta di freno, quasi di maledizione della quale non sappiamo liberarci. Oggi non potremmo più fare la piazza del Duomo o i lungarni perché mancherebbe la capacità d’ispirazione che ebbero i pisani prima della Meloria, quando dominavano i mari e vedevano in questa loro missione qualcosa di divino che dovesse essere degnamente celebrato. Da allora, l’anima pisana è malata di orgoglio ferito e non è capace di esprimere una profondità di pensiero che sia in sintonia con i propri tempi”. 

Eppure Pisa oggi avrebbe tanto di cui vantarsi. Ha tutti i requisiti per essere una città felice: un clima mite, il mare a dieci chilometri, la collina a sette, la montagna per lo sci a meno di un’ora; ha una posizione baricentrica, un aeroporto internazionale, un porto (il “porto di Pisa”, che alcuni chiamano Livorno) a 20 chilometri; ha tre università prestigiose e uno dei più grandi nuclei nazionali del Cnr, infine ha musei e monumenti che tutto il mondo ci invidia. Ma non è una città felice. 

Quanto dovrà passare perché Pisa ritrovi la sua serenità, dimentichi la sua sconfitta e il suo impero perduto, perché la “pisanità” diventi finalmente un sentimento positivo? Nessuno può dirlo. Ma non sarà certo il folklore a guarire l’orgoglio ferito. I pisani contemporanei hanno in uggia quel falso folklore che simula, una volta all’anno, i fasti di una repubblica marinara che non c’è più. Anzi, considerano quella regata un po’ blasfema, un confronto di muscolosi atleti che non ha il diritto di evocare il fasto di un’epoca. 

Eppure la “pisanità” malata, questo umore scontroso, questo malessere del presente, sfugge spesso ai visitatori. Se Malaparte fu diffidente di Pisa e dei pisani, altri visitatori trovarono invece una grande serenità nei silenzi della città, nel suo pathos. 

Scriveva Elizabeth Barrett: “Pisa, ecco una delle piccole, deliziose città del silenzio. Strade sonnacchiose dove cresce l’erba fra pietra e pietra, dove ruzzano nella solitudine gruppetti di ragazzi”. Vista dagli altri, Pisa può veramente apparire così, tenera e silenziosa più che altera e scontrosa. E allora, per animi tormentati, Pisa può essere l’ideale: se il suo orgoglio ferito non traspare, resta intatta quella profumata aurea da oasi che si respira nelle strade e nelle piazze, tanto che Shelley poté trovare l’ispirazione per comporvi l’elegia In morte di Keats e Leopardi scrivere in una notte di aprile, profumata di glicine, la poesia A Silvia.

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